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mercoledì 22 luglio 2015

C.O. Gori. Storia dello Sport. Sport scomparsi: la Volata. Uno sport di squadra dal 1926 al 1933.

La "Volata" (1926-1933): il nuovo sport di squadra che doveva soppiantare il calcio, ideato dal segretario del PNF Augusto Turati

Un nuovo sport agonistico, tutto italiano, anzi tipicamente “fascista”, ispirato - anche se meno violento - all’ harpastum, il gioco di squadra preferito dai legionari romani (e che poi dal ‘400 rinnovò i fasti nel calcio fiorentino detto appunto harpastum florentinum), un nuovo gioco di squadra nato per sostituire, nella popolarità delle masse, sport già affermati, “importati” in Italia da paesi anglosassoni o celtici come, prima di tutto ovviamente, il calcio e poi il Rugby, il Basket, l’Hockey ecc.
Questa l’idea messa in atto nel 1926 dal gerarca Augusto Turati, innanzitutto segretario generale del Partito Nazionale Fascista proprio da quel 1926 al 1930, ma anche personaggio e dirigente di primo piano dello sport italiano dato che dopo esser stato in precedenza campione di scherma fu in seguito dirigente federale della FIS, della FIT, successivamente della FIDAL ed infine, dal 1928 al 1930, del CONI mentre a livello internazionale sarà  membro del CIO dal 1930 al 1931.
Figura interessante nel panorama fascista del tempo quella di Turati (Parma, 16 aprile 1888 – Roma, 27 agosto 1955), tutt’altro che meramente esecutiva o decorativa e sulla quale merita soffermarsi un po’ anche per capire che la sua singolare ed audace proposta di un nuovo sport di massa, solo per pochi anni attuata, non veniva certamente da uno sprovveduto.  Ecco appunto qualcosa sulla biografia del personaggio-Turati (ovviamente e per i profani da non confondere con l’omonimo e più noto Filippo Turati fondatore nel 1892 del Partito Socialista italiano). Giovane giornalista a Brescia, poi attivo interventista prende parte alla Prima guerra mondiale con il grado di capitano e viene decorato. Riprende poi a lavorare come capo redattore per "La Provincia di Brescia", e nel 1920 aderisce ai Fasci di Combattimento e, nel 1921, al PNF dove si dedica all'attività sindacale e diviene poi segretario della federazione bresciana. In questa carica Turati si distinse nell'applicazione intransigente  dei patti agrari fascisti, sia confrontandosi con le organizzazioni sindacali socialiste, sia con quelle cattoliche e non poche volte persino nei confronti latifondisti. Per questo fu notato da Mussolini che nel 1926 chiamò Turati a Roma per sostituire come segretario nazionale del PNF l’irrequieto ras cremonese Roberto Farinacci, incaricandolo in particolare di combattere il cosiddetto “rassismo” rendendo maggiormente disciplinato il partito ed epurandolo anche degli elementi più estremisti. Turati svolse con appassionata determinazione e rigore questa non semplice opera moderatrice e moralizzatrice nel partito, ma nel far questo giocoforza “toccò” consolidati interessi politici ed economici di gerarchi nazionali e locali del calibro di Farinacci, Balbo, Ciano, De Vecchi, Giunta, Ricci, ecc., facendoseli nemici.
Turati, conseguendo in pochi anni l’obiettivo affidatogli da Mussolini - sostenuto anche dalla creazione di un apparato di polizia a lui fedele ed esaltato dalla sua indubbia abilità oratoria -  accrebbe enormemente in questi anni il suo prestigio e il potere di dirigente nazionale di primo piano. Ma fatalmente non tardarono le vendette dei ras “ridimensionati”: nell'ottobre del 1929, Farinacci diede inizio sul suo giornale ad una pesante campagna scandalistica contro Turati, basata su equivoche e devianti – poi apparse false e gratuite - confidenze fattegli da una maîtresse da lui “pilotata”. Per questo nei primi mesi del 1930 Turati inviò le proprie dimissioni da segretario del PNF a Mussolini, che subito le respinse. Ma la campagna scandalistica farinacciana proseguì liberamente e senza censure per un anno intero, e quindi Turati, vista l’aria che tirava, rassegnò nuovamente le dimissioni, che questa volta il Duce accolse nominando al suo posto Giovan Battista Giuriati che però proseguì nell’opera moralizzatrice ed epuratrice del predecessore.  Augusto Turati tornò allora al giornalismo, prima come inviato del “Corriere della Sera”, e poi con la prestigiosa nomina a direttore de “La Stampa”.
Malgrado ciò, l'abbandono del potere lo espose maggiormente alle vendette degli avversari che non si  quietarono e nelle quali ora si distinse soprattutto uno dei quattro vice segretari del PNF, Achille Starace, che spesso Turati aveva criticato per la sua tronfia retorica e ottusa incapacità politica.
Starace divenne il suo implacabile persecutore soprattutto dal dicembre 1931 quando, sostituendo Giuriati, divenne segretario del PNF e Turati fu destituito dalla direzione de “La Stampa”, nonostante la strenua difesa in suo favore esercitata presso il duce da Giovanni Agnelli e Aldo Borelli, anzi la parabola della sua discesa non si fermò: fu poi arrestato e rinchiuso in un manicomio di Roma per poi essere trasferito in una casa di cura nei pressi di Parma, venne quindi radiato definitivamente dal partito, e nel 1933 confinato a Rodi. Successivamente Turati dopo un breve soggiorno in Etiopia, riuscì a tornare in Italia soltanto nel 1938. Aveva ormai abbandonata l'attività politica, giornalista e sportiva, e si era esclusivamente occupato della professione di consulente legale. Uscì brevemente dall’anonimato dichiarandosi contrario all'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale e sulla fine del 1943, al costituirsi della Repubblica Sociale Italiana, rifiutò di aderirvi ed anzi ebbe il coraggio, tra l’altro, di rifiutare l’incarico di segretario del nuovo PFR propostogli dai tedeschi. 
Nel dopoguerra venne processato per il suo passato di gerarca e condannato, ma venne amnistiato nel 1946, e morì a Roma nel 1955.
Ma torniamo alla “Volata” soffermandoci un attimo sul regolamento stilato dallo stesso Arturo Turati. Lo scopo del gioco era quello far oltrepassare alla palla, servendosi di qualsiasi parte del corpo – mani, piedi, testa ecc. -, le porte avversarie – ecco qui una differenza col rugby e il calcio fiorentino che utilizzano invece le linee e le zone di meta -  uguali alle porte del calcio poste sulle linee di fondo, di 5 metri di larghezza e 2,44 metri d'altezza. Il rettangolo di gioco prevedeva ha una lunghezza di 90 metri e una larghezza di 60 metri – praticamente una delle misure di un odierno campo di calcio non abilitato per incontri internazionali - e lo scopo del gioco era far oltrepassare alla palla, utilizzando qualunque parte del corpo, le porte avversarie poste sulle linee di fondo, il cui specchio rettangolare misura 5 metri di larghezza e 2,44 metri d'altezza.
Il pallone era sferico e di cuoio, come nel calcio, con un peso di 400 grammi  e con  una circonferenza compresa tra 68 e 71 cm.
La partita durava un'ora divisa in 3 tempi di 20 minuti e le pause tra i tempi duravano dai 5 ai 10 m.
Si cominciava con il pallone al centro del campo e i giocatori nella prima azione di gioco non potevano calciare il pallone. Ogni squadra era composta da otto giocatori suddivisi nei ruoli di: 1 portiere, 2 terzini, 3 mediani e 2 punte. I tre difensori, nei ruoli di portiere e terzini, non dovevano partecipare alle azioni di attacco quindi non potevano superare la linea di metà campo. Al portiere non era permesso trattenere il pallone oltre 3 secondi e nessun attaccante  poteva – come nella pallamano - entrare nell'area di rigore delimitata da una linea ellittica distante 8 metri dal centro della porta nel suo raggio minore. Il portatore di pallone poteva esser placcato con ambedue le braccia solo tra cintola e spalle quindi, una volta placcato, doveva cedere subito il pallone, inoltre non poteva correre trattenendolo oltre 10 metri.
Ebbe successo in quegli anni la Volata? Inizialmente diciamo abbastanza, anche se fu un successo parecchio “pilotato” dall’alto, infatti nell’anno di nascita il 1926 vennero organizzate più di 100 società di Volata che da quell’anno in poi organizzarono gare regolari, ed in qualche filmato coevo prodotto dall’Istituto Luce si vedono gli stadi abbastanza pieni, ma i giocatori erano soprattutto militari o dipendenti di ministeri o iscritti al dopolavoro mentre il pubblico era soprattutto precettato – continuando gli sportivi a preferire il calcio - dall’associazione dopolavorista di regime (OND) o costituto da colleghi, commilitoni  o parenti dei giocatori in campo.
Nel 1929 si disputò tra l’altro la Coppa "Arnaldo Mussolini” mentre solo nel 1930 si disputò il primo campionato nazionale e l'unico titolo assegnato di campione italiano fu vinto dalla squadra Dopolavoro Richard Ginori di Milano. Nel 1933 – l’anno in cui il già defenestrato Arturo Turati fu confinato a Rodi - i dirigenti fascisti, constatata la scarsa spontanea partecipazione popolare alle partite della Volata, decisero di abbandonare il programma turatiano di sviluppo di questo nuovo sport.
Il cuore delle masse sportive italiane batteva sempre e soprattutto per il calcio (seguito a ruota sport da sport individuali soprattutto il ciclismo e poi il pugilato), il tanto vituperato football inventato dai britannici che in quegli anni, altezzosamente convinti della propria superiorità, praticamente rifiutavano di uscire dall’Isola per abbassarsi a partecipare ed a misurarsi in  tornei internazionali come ad es. il mondiale che venne disputato a partire dal 1930.  Tra l'altro son proprio questi gli anni in cui la nazionale italiana di calcio sotto la guida di Vittorio Pozzo comincia ad inanellare una serie di clamorosi successi a livello europeo e mondiale vincendo nel 1930 la prima edizione della Coppa Internazionale (antesignana dell’attuale Campionato europeo vd. http://goriblogstoria360.blogspot.it/2013/01/co-gori-storia-dello-sport-calcio-1-i.html), organizzando e vincendo i mondiali di Roma del 1934, confermando nel 1935 la vittoria nella Coppa Internazionale, vincendo il torneo delle Olimpiadi di Berlino del 1936 e confermandosi campione del mondo a Parigi nel 1938, mentre a livello di club il Bologna del gerarca Arpinati vinceva le edizioni del 1932 e 1934 della Mitropa Cup (nella sua prima fase antesignana dell’attuale Coppa dei Campioni-Champions League) e trionfava nel prestigioso ed eccezionale (anche per la partecipazione britannica) Torneo Internazionale dell'Expo Universale di Parigi del 1937. 
Per Augusto Turati e per la “Volata” non c’era più posto ed il nuovo sport presto scomparve come attività agonistica organizzata, anche se oggi è di tanto in tanto praticato da alcuni  giocatori di altri sport soprattutto a scopo di allenamento fisico e in modo puramente ludico.

                           

                                                                                                                         
                         


                       Carlo Onofrio Gori
Prof. Carlo Gori   Professor Carlo O. Gori






Prof. Carlo O. Gori,  Prof. Carlo Onofro Gori,  Prof. Carlo Gori Università di Firenze


Questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.




                                               





giovedì 16 luglio 2015

Carlo O. Gori. Storia. Fascismi. 5. Grecia: Metaxas, il fascista che fu aggredito da Mussolini

Il fascismo greco di Ioannis Metaxas
Negli anni Trenta del secolo scorso ci furono varie versioni, europee, e non solo, di un fenomeno politico come il fascismo fondato in Italia nel 1919 da Benito Mussolini ed arrivato al potere il 28 ottobre 1922, tra queste una versione greca ed essa fu innanzitutto e soprattutto opera del generale Ioannis Metaxas (Ιωάννης Μεταξάς) che dal 1936 al 1941 (anno della sua morte) creò un regime fascista ellenico, ed ebbe anche, nel suo Paese, in tempi successivi alcuni che si accreditarono come epigoni.
Abbiamo visto in puntate precedenti di questo blog, sempre rimanendo agli anni Trenta, l'avvento al potere dell' "austrofascismo" di Dollfuss nel 1933, e la versione portoghese del fascismo promossa da Salazar a partire dal 1932.
Arriviamo ora alla Grecia del 1936. L’avvento del regime fascista in Grecia viene storicamente fatto risalire al 4 agosto 1936 (Regime del 4 agosto) quando, in un periodo di vasti sommovimenti sociali culminati nei diffusi tumulti di maggio nelle industrie, re Giorgio II, temendo un colpo di stato da parte dei  comunisti, promosse un auto-golpe nominando il suo ministro della difesa gen. Metaxas primo ministro ad interim, nomina subito dopo confermata dal parlamento ellenico. Metaxas già militare di carriera e politico fedelissimo alla monarchia, dichiarò nel '36 lo stato d'emergenza sospendendo il parlamento a tempo indefinito e abrogando vari articoli della costituzione, proibendo l'esistenza dei partiti politici, arrestando comunisti, vietando gli scioperi come attività criminali e introducendo una capillare censura di tutti i media. Metaxas divenne così per cinque anni l'effettivo dittatore della Grecia che modellò il proprio regime, definito metaxismo, ispirandosi a vari aspetti degli altri governi autoritari del suo tempo e soprattutto a quello fascista di Mussolini.
Ma politicamente come nasce Metaxas? E' difficile inquadrare l'azione di questo militare e politico
greco nel periodo che lo vide protagonista senza ripercorrere almeno per sommi capi anche alcune date cruciali della tormentata - e non molto comunemente conosciuta, rispetto ad altri Paesi - formazione della Grecia moderna.
La presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani il 29 maggio del 1453 segna la fine dell'Impero bizantino e l'inizio della storia moderna della Grecia. Il paese rimase sotto la Sublime Porta fino agli inizi del XIX secolo. Nei primi mesi del 1821, con l'aiuto delle Grandi Potenze europee (Regno Unito, Russia e Francia), i Greci si ribellarono ai conquistatori ottomani e, con la Guerra d'indipendenza greca nel 1829 poterono rifondare una loro Patria quando il ministro russo degli affari esteri Giovanni Capodistria, di origine greca, tornò nella sua patria come presidente della nuova repubblica. Dopo l'assassinio di Capodistria, le potenze europee favorirono il passaggio della Grecia alla monarchia; il primo re, Ottone, veniva dalla Baviera, e nel 1834 ma fu defenestrato da un colpo di stato nel 1862. Gli successe il designato dalle tre potenze garanti dell'indipendenza greca, principe danese Giorgio della casa di Glücksburg che divenne Giorgio I di Grecia. Nel periodo successivo fra il XIX secolo e all'inizio del XX, la Grecia allargò i suoi confini includendo nel suo Stato territori e popolazioni di etnia greca dell'Impero Ottomano: le Isole Ionie furono donate dal Regno Unito al neo-incoronato re Giorgio nel 1864, per accattivarsi le simpatie della nuova casata, mentre nel 1878, a seguito del Congresso di Berlino, gli Ottomani dovettero cedere alla Grecia la Tessaglia e parte dell'Epiro. Metaxas, nativo di Itaca, intraprese in questi anni la carriera militare combattendo la prima volta col grado di ufficiale nel 1897 contro l'esercito turco nella campagna di Tessaglia e dopo aver seguito alti studi militari in Germania, fece ritorno in Grecia entrò nel comando generale e prese parte al processo di rimodernamento dell'esercito greco prima delle Guerre Balcaniche (1912-1913), alle quali partecipò attivamente ed in seguito alle quali furono annesse la restante parte dell'Epiro, la Macedonia meridionale, parte della Tracia, le Isole Egee, il Principato di Samo e Creta. Fu poi nominato Capo del Comando Generale nel 1913 e venne promosso Generale. Lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914 causò una profonda divisione nella politica greca, con il filotedesco re Costantino I che sosteneva che la Grecia dovesse rimanere neutrale, mentre il primo ministro Eleftherios Venizelos spingeva per l'entrata in guerra a fianco della Triplice Intesa. Il conflitto tra i fedelissimi del re, dei quali Metaxas era uno dei principali esponenti, ed i seguaci di Venizelos, degenerò, e si produsse quello che nella storia ellenica viene definito come lo Scisma Nazionale. Eleftherios Venizelos, il primo ministro interventista, si dimise al rifiuto di Metaxas di dare un aiuto militare all’Intesa nella fallimentare campagna dei  Dardanelli e nelle successive elezioni usò la guerra come principale questione dirimente.
Quando Venizelos vinse le elezioni del marzo 1915, Metaxas mobilitò l'esercito, ma venne licenziato dal re. Nel giugno 1917 60.000 soldati cretesi con il supporto degli Alleati deposero il re e Venizelos poté salire al potere, dichiarando la guerra il 29 giugno 1917 e così la Grecia si schierò con l'Intesa contro l'Impero Ottomano e gli altri Imperi Centrali.
Con la Conferenza di pace di Parigi (1919) il Trattato di Neuilly (27 novembre 1919) e il Trattato di Sèvres (10 agosto1920) la Grecia acquisì temporaneamente la Tracia Orientale e Smirne. Tuttavia il movimento nazionalista turco guidato da Mustafa Kemal Atatürk rovesciò il governo ottomano e organizzò una campagna militare contro le truppe greche, dando inizio alla guerra greco-turca del 1919-1922. Una grande offensiva greca fu arrestata nel 1921, e nel 1922 le truppe greche dovettero ritirarsi. Le forze turche ricatturarono Smirne il 9 settembre 1922. La guerra si concluse con il trattato di Losanna del 24 luglio 1923, con il quale la Grecia rinunciava a Smirne e si ritirava dalla Tracia fino alla linea segnata dal fiume Evros. Falliva così il progetto propugnato da Venizelos, di una Grande Grecia che avrebbe dovuto rinnovare i fasti dell'impero bizantino. Re Costantino si dimise e Metaxas lo seguì in esilio in Italia fino al 1920. Quando la monarchia venne abolita nel 1922 Metaxas entrò in politica e fondò il Partito dei Liberi Pensatori nel 1923. Nel 1924 venne proclamata la Seconda Repubblica Ellenica. Nel giugno 1925, il generale Theodoros Pangalos promosse un colpo di stato e governò come dittatore per un anno fino a quando un contro-colpo di stato organizzato da un altro generale, Georgios Kondylis, lo depose e restaurò la Repubblica. Nel 1928 ritornò al governo Venizelos, che dovette affrontare la grave crisi economica dovuta al crollo del 1929, e vi rimase sino al suo esilio definitivo nel 1935, quando un ennesimo "golpe" militare promosso ancora dal gen. Georgios Kondylis abolì la Repubblica che a suo tempo lui stesso aveva restaurato, e promosse un plebiscito che approvò la restaurazione della monarchia.
Ed eccoci appunto all'avvento al potere di Metaxas con il Regime del 4 agosto 1936 che durerà in sostanza fino alla sua morte avvenuta durante l'invasione italo-tedesca, il 29 gennaio 1941. L'ispirazione ideologica fondamentale di Metaxas era l' Ellenismo che doveva riscattare la Grecia dalla secolare decadenza. Il metaxismo, pur essendo visceralmente anticomunista e anticollettivista tuttavia considerava il liberalismo e l'individualismo come la causa della degenerazione culturale greca e riteneva che gli interessi individuali dei cittadini dovessero essere subordinati a quelli dello Stato cercando in questo di mobilitare il popolo greco al fine di creare una "nuova Grecia".
La Terza Civilizzazione Ellenica dopo l'Antichità greca e l'Impero Bizantino doveva fonder i valori pagani della Grecia Antica, in particolare quelli di Sparta, con i valori cristianità medievale dell'Impero bizantino. Un nazionalismo imperialista panellenico ispirato fondamentalmente all'idea di una Grande Grecia che doveva comprendere, oltre al territorio greco, il sud Albania, la Macedonia jugoslava, la Tracia bulgara e Anatolia occidentale turca. Metaxas era un convinto emulo del fascismo ed un sincero amico dell’Italia, dove peraltro - come abbiamo visto sopra -  aveva soggiornato durante il suo esilio dopo la prima guerra mondiale ed era anche un amico della Germania: aveva studiato all’Accademia militare di Berlino, e in seguito, divenuto capo di Stato Maggiore,  aveva sostenuto la politica neutralista, ma sostanzialmente filotedesca di re Costantino I all’epoca della Grande Guerra. Come ammiratore del "Duce" Mussolini e del "Führer" Hitler, a loro imitazione introdusse il saluto romano, adottò il titolo di Arkhigos, "capo" e come loro godé del culto del leader, riprese il fascio dalla simbologia mussoliniana, e si dotò, sulla falsariga della Gestapo tedesca, di una temibile, spietata ed efficiente polizia politica, l’Asfalia, infatti il suo “Stato nuovo” pur creato, come l’Italia mussoliniana, nell’ambito e con il consenso di una preesistente monarchia,  era apertamente ispirato anche alla Germania nazista, come chiarì il generale Alexander Kondylis : "Tutte le controversie e qualsiasi disaccordo dovrebbero scomparire in futuro, il nostro programma di politica interna non differisce molto dal programma di Adolf Hitler, grande creatore della nuova Germania”.
Sul piano sociale, nonostante la brutale repressione antidemocratica, anticomunista e antisindacale il governo di Metaxas promosse varie misure ampiamente popolari – rimaste nel tempo e alcune delle quali oggi…nelle mire dei “tagli” UE! -  come la giornata lavorativa di 8 ore,  stabilendo il fondo sociale di sicurezza greco, ancora oggi fondamentale istituzione greca di sicurezza sociale e altra come il salario minimo per i lavoratori, la protezione della maternità, la giornata lavorativa di 8 ore la settimana lavorativa di 40 ore, un minimo due settimane di ferie retribuite all'anno, aumento dei  salari, altri miglioramenti alle condizioni dei lavoratori ecc.  e nelle aree rurali i prezzi agricoli vennero alzati e i debiti delle fattorie vennero rilevati dal governo. Già nel 1938, appena due anni dopo essere diventato il leader della nazione, il reddito pro capite era salito notevolmente e la disoccupazione drasticamente abbassata, politica e misure oggi esaltate con forza dai neonazisti greci di Alba Dorata. Allora, anche se il sentimento popolare greco continuava generalmente a tendere sinistra, non ci fu una diffusa e consistente opposizione al regime, sia per l’effetto ampiamente riconosciuto di queste misure sociali, sia per l’opera attiva e capillare di repressione svolta dalla polizia politica metaxiana.
A differenza di Mussolini e Hitler, e somigliando anche in ciò - oltre che, come vedremo nella tradizionale amicizia in politica estera col Regno Unito - al Portogallo di Salazar, Metaxas non si dotò di un partito fascista di massa, ma preferì partire e puntar tutto sull’educazione fascista della gioventù creando anche a parziale imitazione della salazariana Mocidade, ma con l’occhio rivolto soprattutto alla Hitlerjugend tedesca, l’ Organosi Neolaias Ethniki (θνική Οργάνωση Νεολαίας) cioè l'Organizzazione Nazionale dei Giovani, EON, che doveva estendere nel futuro i valori del regime. La Gioventù ellenica liberata "dalle mani avide dei plutocrati, dei comunisti e di tutti coloro che abusano delle capacità dei giovani." doveva unirsi nell'amore di patria, nel valore e nella fede nella "continuità del sangue ellenico" perseguendo nuovi ideali,  nuove speranze e nuove ambizioni. L’ EON univa la gioventù greca di tutti i livelli economici e sociali in un unico corpo, e istruiva i maschi nella formazione e disciplina militare e le femmine nel lavoro domestico e nello sport. Curiosamente aveva come inno la versione greca dell'inno mussoliniano Giovinezza e pubblicava una rivista quindicinale "Neolaia" ("Gioventù"), che aveva molto seguito nelle scuole e nelle università.
Malgrado l’ammirazione di Metaxas verso l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler le cose si complicarono nel '39 con l'inizio guerra mondiale, in quanto la Grecia, pur considerandosi uno stato fascista aveva una tradizionale amicizia con la Gran Bretagna, che dopo la prima guerra mondiale era divenuta di fatto la padrona assoluta della politica estera (e militare) di Atene. Il radicamento del dominio britannico sulla politica ellenica era tale che il neo-dittatore ideologicamente filoitaliano e filotedesco era obbligato a continuare nella tradizionale diplomazia filobritannica del Regno di Grecia. Infatti la linea anglofila era impersonata ed energicamente sostenuta dal re Giorgio II e Metaxás, monarchico convinto ed appassionato, non aveva l’ardire di contrastare il volere del sovrano, sforzandosi tutt’al più di moderarne gli eccessi. La Grecia in questo aveva per certi versi una situazione simile a quella del Portogallo - stato parafascista, ma tradizionalmente amico della Gran Bretagna - ma Salazar non entrò in guerra. Anche Metaxas voleva la neutralità e lo stesso Hitler (già divenuto ispiratore della politica estera di Ungheria, Romania e Bulgaria) inizialmente non era favorevole ad un guerra contro la Grecia perché temeva un successivo intervento militare britannico in quel settore, come poi avvenne. Il generale Metaxás sarebbe forse riuscito a mantenere la Grecia neutrale se nell'Italia avesse trovato interlocutori più comprensivi e meno intransigenti. Viceversa, il governo di Roma non concedeva compromessi: la Grecia avrebbe dovuto lasciare l’alleanza inglese e schierarsi interamente dalla parte dell’Italia, altrimenti, sarebbe stata automaticamente ritenuta come una nazione ostile. Questa, del resto, era sempre stata la linea prevalente a Roma, che aveva concreti interessi in quell’area, pur con qualche attenuazione nei periodi di distensione con Londra. D’altro canto, l’intransigenza italiana non era un capriccio, ma proveniva da ragioni oggettive: se la Grecia, infatti, permaneva nella sfera d’influenza britannica, la rivale Albania gravitava nell’orbita dell’Italia, la quale era perciò portata a sostenerne le ragioni anche in relazione al vecchio contenzioso epirota. I rapporti italo-greci si deteriorarono con l'occupazione italiana dell’Albania (8 aprile 1939), sgradita ai greci che consideravano invece ellenica tutta la sua zona meridionale fino ad Argirocastro. Essi temevano, soprattutto, che questa occupazione fosse l’ultimo passo prima di un attacco vero e proprio alla Grecia stessa; nella politica di Mussolini, infatti, c’erano un progetto per la conquista di Corfù e uno per l’occupazione dell’Epiro. Entrambi i piani però erano stati studiati solo superficialmente senza mai essere approfonditi e poi vi era la questione del Dodecaneso, conquistato dagli italiani in seguito alla guerra del 1912 con la Turchia, ma abitato da una popolazione prevalentemente greca.
La politica di Metaxas di tenere la Grecia al di fuori della Seconda guerra mondiale fallì nell'ottobre 1940 di fronte alle brusche richieste di Mussolini d'occupazione di alcuni siti strategici in terra greca ed alla sintetica negativa risposta da Metaxas riassunta nel sentimento popolare greco nella parola "okhi", cioè "no" in greco. Pensando anche di aver posto le basi, attraverso precedenti manovre segrete, per una rapida dissoluzione del governo e dell’esercito greco, l’Italia invase la Grecia dall'Albania il 28 ottobre confidando in una rapida “passeggiata” militare. Ma uno dei più grandi successi in queste difficili circostanze di Metaxas fu quello di ottenere che l'intera nazione si unisse contro il nemico, dimenticando temporaneamente le diverse ideologie politiche che seppur sopite permanevano  anche all’interno del mondo militare (monarchici, venezilisti, nazionalisti, moderati). Grazie alla preparazione dell’esercito ellenico a suo tempo promossa attivamente da Metaxas e ad una buona difesa sul campo, i Greci furono capaci di contrattaccare rapidamente, costringendo l'esercito italiano a riparare in Albania e addirittura occuparono la parte meridionale di quel Paese. Metaxas morì ad Atene il 29 gennaio 1941 di setticemia e Alexandros Korizis prese il suo posto. Dopo la morte di Metaxas i tedeschi, venuti in supporto degli italiani (con l'operazione Marita - 6 aprile 1941 tendente ad assicurarsi il fianco sud-orientale nell'imminenza dell'attacco all'URSS), trovarono inizialmente difficoltà nell'affrontare le fortificazioni costruite da Metaxas nella Grecia settentrionale, chiamate Linea Metaxas. Ma in breve tempo le forze elleniche, capitolarono  anche perché i generali Georgios Tsolakoglou ed altri ufficiali tra cui i generali Panagiotis Demestichas e Georgios Bakos ritenendo inutile continuare ad opporsi alle soverchianti forze naziste decisero, nonostante gli ordini contrari da parte del comandante in capo delle forze armate greche Alexandros Papagos, di arrendersi inviando un messaggio al comandante della brigata Leibstandarte SS Adolf Hitler, Sepp Dietrich (esiste una famosa foto che li vede sorridenti insieme), Il 10 aprile 1941 a Larissa Tsolakoglu firmò la resa incondizionata ed il 30 aprile  e  venne messo a capo di un governo collaborazionista dalle autorità d'occupazione dell'Asse. Il 2 dicembre 1942 venne sostituito da Konstantinos Logothetopoulos. ma l'occupazione nazi-fascista in Grecia non ebbe facile vita per via di una forte resistenza soprattutto di matrice comunista, ma anche filomonarchica e filobritannica. Formalmente la Grecia soggiacque al governo militare collaborazionista fino all'autunno del 1944, quando le forze tedesche, che dopo l'8 settembre 1943 avevano soppiantato ovunque le truppe di occupazione italiane, iniziarono a ritirarsi verso nord, per non restare tagliate fuori dalla penetrazione dell'Armata Rossa nei Balcani.
Dopo la liberazione, la Grecia fu teatro di una guerra civile, durata più di tre anni, fra la destra monarchica e la sinistra comunista, la prima sostenuta dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, la seconda dall'URSS. La guerra civile che, anche per il diretto intervento britannico, vide il successo della destra, portò a rilevanti danni economici e a tensioni fra la destra e la sinistra per i 30 anni che seguirono.
Successivamente, tra il 21 aprile 1967 e il 24 luglio 1974, la Grecia venne governata da una serie di governi militari anticomunisti, spesso generalmente definiti “fascisti”,  saliti al potere con un colpo di Stato guidato dai colonnelli Georgios Papadopoulos (leader della giunta repubblicana seguito dal 25 novembre 1973 da Dimitrios Ioannides), Nikolaos Makarezos e Ioannis Ladas, ma questa è un’altra e più recente storia.


                                               
                          
                         Carlo Onofrio Gori



Prof. Carlo Gori   Professor Carlo O. Gori 
Prof. Dr. Carlo Onofrio Gori





Inedito: questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.

Della stessa serie pubblicati finora su questo blog

http://goriblogstoria360.blogspot.it/2013/04/carlo-o-gori-storia-fascismi-4-antonio.html









giovedì 11 aprile 2013

Carlo O. Gori. Storia. Fascismi. 4. Antonio de Oliveira Salazar: una versione portoghese del fascismo


Il fascismo portoghese di Salazar

In Portogallo, nel 1926 il gen. Carmona a capo di un governo militare decise di affidare le dissestate e disperate risorse finanziare del Paese ad un ad un giovane ma già prestigioso professore di economia e scienze delle finanze che insegnava fin dal 1918 all’Università di Coimbra: Antonio de  Oliveira Salazar.
Proprio in quel 1926, lo il 28 maggio,  15.000 soldati al comando del generale Gomes da Costa  si erano mossi da Braga sulla capitale Lisbona, occupandola.
Il colpo di stato poneva fine alla Primeira República Portuguesa imponendo al Paese una dittatura militare sotto la presidenza (che durerà fino al 1951) del suddetto generale António Óscar Carmona.
Per capire la situazione del Paese occorre ricordare che dal  5 ottobre 1910 era stato deposto il re Manuele II e nei sedici anni intercorsi dall'avvento della Repubblica, al colpo di stato del 1926 in Portogallo aveva visto succedersi alla guida del Paese ben nove presidenti e 45 governi fra colpi di stato più o meno sanguinosi e ben due capi di governo assassinati nel 1918 e nel 1921.
Segno evidente di una violenta instabilità politica che aveva visto principalmente contrapporsi i repubblicani liberali e massonici, maggioritari nelle aree urbane, ai monarchici clericali,  prevalenti nelle zone del latifondismo rurale.
Il regime parlamentare borghese, egemonizzato dal Partido Republicano Português nel quale era tuttavia presente anche una consistente componente conservatrice, provocò con forti misure anticlericali importanti fratture nella società portoghese, che ebbero ripercussioni soprattutto sulla popolazione rurale. Inoltre riforme promesse e non realizzate suscitarono duri conflitti con un movimento dei lavoratori egemonizzato, come nella vicina Spagna, dalla componente anarco-sindacalista.
I militari nell’instabilità generale, andarono al potere, poiché erano individuati come la forza “sana” del Paese soprattutto per il prestigio acquisito nella partecipazione vittoriosa a fianco dell’Intesa alla I Guerra Mondiale in Africa e sul Fronte Occidentale. Anch'essi fino al 1926 politicamente divisi al loro interno, avevano in vario modo potentemente influenzato le precedenti vicende governative, ma col colpo di stato del 1928 si propongono, facendo giustizia del regime dei partiti, il raggiungimento della salvezza dell’unità nazionale tramite un riequilibrio fra laicismo repubblicano urbano e cattolicesimo monarchico rurale.
Alla prova dei fatti questo proclamato ruolo di “neutralità” salterà ben presto quando, soprattutto nelle alte gerarchie militari, si affermarono i settori vicini all’opposizione antirepubblicana e quindi alla conservazione, alla Chiesa ed ai latifondisti.
In questo clima, per risanare un’economia dissestata ed in preda ad una forte inflazione, soprattutto per gli effetti della mobilitazione militare nella prima guerra mondiale e per il conseguente crollo del commercio marittimo, i militari offrono il portafoglio delle Finanze
Salazar rimane al ministero pochi giorni: molto probabilmente offre le dimissioni perché ritiene di non avere le condizioni politiche per lavorare, ma aggravandosi ulteriormente le condizioni economiche del Paese viene richiamato dal Presidente della Giunta Repubblicana gen. Carmona, nell’aprile del 1928 e questa volta, dotato di ampi poteri anche nei confronti degli altri ministeri, vi ritorna definitivamente e in poco più di un anno, applicando una rigorosa politica di forte contenimento della spesa, riesce a portare il bilancio prima in pareggio e poi miracolosamente in attivo, obiettivo che tutti i suoi predecessori per oltre un secolo avevano fallito. Ovviamente, come quasi sempre storicamente succede in questi casi, la “manovra” di Salazar era stata concepita per ottenere un realizzo delle casse dello Stato aggravando un forte ed iniquo squilibrio sociale, proporzionalmente del tutto a sfavore della grande massa dei ceti popolari, rispetto ai ceti medi,  per non parlare dei ceti abbienti.
Sull'onda di questo successo Salazar verrà nominato da Carmona nel 1932 Presidente del Consiglio carica che manterrà a vita.
Ma chi era e come la pensava il giovane Salazar?
Nato il 28 aprile 1889 a Vimiero (provincia di Beira Alta) da una famiglia di piccoli proprietari agricoli, dopo gli studi nel seminario di Viseu, nel 1914 consegue la laurea in giurisprudenza presso l'Università di Coimbra specializzandosi poi in economia politica iniziando nel 1918 la sua brillante carriera accademica, ricca di varie pubblicazioni, nella stessa Università.
Politicamente Salazar era stato fino ad allora un cattolico tradizionalista influenzato dall’idee antiliberali ed antidemocratiche di Maurras: docente universitario, ma anche giornalista di “O Imparcial”, aveva partecipato all’attività politica della Democrazia cristiana portoghese e nel 1921 era stato eletto all’Assembla nazionale, ma già dopo la prima seduta, disgustato, dice, dalle mene partitiche e personalistiche che aveva visto in giro, rinunciava al seggio tornando ai suoi studi.
Assunta, dopo la straordinaria performance come ministro dell’economia, la Presidenza del Consiglio introduce subito nel 1933, grazie al sostegno della Chiesa e degli agrari e col benestare dei militari e di un dubbio plebiscito, una nuova Costituzione repubblicana (malgrado in gioventù egli avesse avuto simpatie monarchiche) profondamente conservatrice e nazionalista che gli dà i pieni poteri ed il controllo totale dello Stato: il corporativo Estado Novo, proposto, nell’ottica del  superamento dei conflitti tra le classi sociali, come unica alternativa valida al classismo del socialismo marxista, senza ricadere tuttavia nelle insufficienze del liberalismo e della democrazia borghese. La linea di tendenza in cui Salazar si riconosce è quindi per molti versi la stessa da cui in quegli anni discendono il fascismo italiano, e poi, in parte, il franchismo, il nazismo e altre esperienze di destra.
E’ una sorta di fascismo portoghese che si ispira, soprattutto nella natura e nei princìpi corporativi, al fascismo mussoliniano, il proto-fascismo al potere, dove col Corporativismo codificato nella Carta del Lavoro del 1927, lavoratori e datori di lavoro dovevano essere associati all'interno di un'ampia gamma di corporazioni, corrispondenti alle varie attività economiche, poste sotto il controllo del governo e dello Stato “regolatore”.
Secondo Benito Mussolini, il corporativismo "è la pietra angolare dello Stato fascista, anzi lo Stato fascista o è corporativo o non è fascista". Alla prova dei fatti, anche per l’opposizione dei “poteri forti” (monarchia, chiesa, plutocrazia ecc.,  in parte legati a settori dello stesso partito fascista)  il corporativismo otterrà risultati tutto sommato modesti rispetto a quello che si prefiggeva: come tutte le costituzioni corporative varate in quel periodo in vari stati fascisti o parafascisti (ma forse il discorso vale più o meno per quasi tutte le costituzioni tout-court) resterà  soprattutto una “carta” d’intenti (tra l’altro via via anche modificata nel tempo), una costruzione teorica di uno stato etico “perfetto” o perfettibile perché di lenta e difficile applicazione in un Paese come l’Italia e poi gli altri (addirittura in Portogallo le prime corporazioni saranno insediate solo nel 1957!), dove sovente il più forte, cioè la compagine padronale, prevarrà nei fatti sul più debole, cioè i lavoratori, riuscendo spesso in tal senso a condizionare più volte le decisioni dello Stato.
Ma vi sono e vi saranno anche differenze fra mussolinismo e salazarismo, che semmai, per molti versi, avrà maggiori assonanze, soprattutto ideologiche, con l’esperienza coeva (1933-34) del cancelliere austriaco del Partito cristiano-sociale Engelbert Dollfuss che, influenzato da Mussolini, diede vita ad una dittatura “austrofascista” di stampo cattolico-autoritario poi cancellata nel 1938, a circa quattro anni dal suo assassinio da parte dei nazisti, dal definitivo Anschluss hitleriano. Di questo, in questo blog, abbiamo già scritto. 
Il modello ufficialmente dichiarato dal corporativismo salazarista è la dottrina sociale della Chiesa cattolica, del resto nel 1891 il corporativismo era stato richiamato, in ottica cattolica, dall'enciclica Rerum Novarum. In tal senso l’’Estado Novo, pur nella separazione dei compiti Stato-Chiesa, si occupò di educare la popolazione ai valori della Chiesa cattolica e della Nazione portoghese, con i suoi valori rurali e con la sua missione civilizzatrice dei suoi secoli di gloriosa storia coloniale delle terre d’Ultramar. Il motto del regime in cui veniva riassunta la struttura verticale della società secondo l’Estado Novo sarà quindi: Deus, Pátria e Família.
Altre differenze col fascismo italiano, ed altri fascismi europei, saranno innanzitutto l’assenza di un partito preesistente alla presa del potere: è vero che il supporto politico del salazarismo è il suo partito unico, l'União Nacional che raggruppava settori di destra, cattolici conservatori e reazionari, monarchici, corporativisti, fascisti e nazionalisti, creato nel 1933, ma l'União, rispetto al PNF italiano e al partito nazionalsocialista tedesco, non è un “partito forte”, è più una sovrastruttura creata “a freddo” nell’ambito di un regime militare preesistente, per dare uno strumento organico al regime piuttosto che un movimento da tempo radicato in alcune realtà del Paese.
Anche nei confronti della vicina Spagna franchista, ci saranno in tal senso solo parziali analogie sulle quali, visto che siamo in ambito Iberico, merita soffermarsi un attimo: preesisteva all’avvento del generale Franco la Falange Española de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista fondata da José Antonio Primo de Rivera nel 1933, con caratteristiche repubblicane, avanguardiste e modernista, simili allo spirito originale  di una parte del primo fascismo italiano; solo durante la guerra civile il Caudillo, come Salazar più conservatore che fascista “puro”,  dopo averla “purificata” dagli esponenti “sociali”, in primis dal segretario Manuel Hedilla, la unificherà con altri movimenti di destra, soprattutto i carlisti, monarchici e cattolici, dando vita al nuovo partito unico, la Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional-Sindicalista.
Più che l’ União Nacional avranno poi peso nell’esperienza salazarista altri strumenti di organizzazione e controllo delle masse come ad esempio la Legião Portuguesa, una milizia volontaria per la lotta contro il comunismo, simile per alcuni aspetti alle Camicie Nere italiane della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale (MVSN), oppure la Mocidade Portuguesa organizzazione che si occupava di inquadrare gli adolescenti, affine all’Opera Nazionale Balilla del fascismo, o all’ Hitlerjugend tedesca, pur con accenti più orientati in senso cattolico. Il supporto repressivo salazarista sarà la famigerata PIDE (Polícia Internacional e de Defesa do Estado) polizia politica segreta creata anch’essa nel 1933 e che aveva ben poco da invidiare all’OVRA fascista ed anche alla Gestapo del Terzo Reich.
Altra notevole differenza del salazarismo rispetto ad alcuni fascismi europei sarà l’assenza della figura del “capo” carismatico in diretto e costante rapporto con le masse, come ad esempio erano il Duce, il Führer ed in parte lo stesso Caudillo: Salazar, sentendosi investito della fiducia della nazione, avrà sempre un rapporto sporadico con le masse preferendo condurre una vita appartata di “professore” scapolo, austero e puritano.
Qui, sostanzialmente, la fine delle analogie del salazarismo con regimi o partiti autoritari di destra preesistenti, ma occorre precisare che Salazar avrà, forse anche per affinità linguistico-culturale lusitana, un seguace in Getúlio Vargas, il Presidente brasiliano che nel 1937 si fece dittatore istituendo anch’esso l’Estado Nôvo, autoritario, conservatore e corporativo, con caratteristiche solo in parte (Vargas ad es. combatterà  i comunisti, ma anche i filo-nazifascisti dell’ Ação Integralista Brasileira, svilupperà l’industria e promuoverà ampie riforme sociali, ecc.) simili all’esperienze portoghese e italiana.               
Salazar durante la Guerra civile spagnola (1936 - 1939), assunto anche il portafoglio degli esteri, che manterrà durante il corso di tutta la seconda guerra mondiale, si dichiara ufficialmente neutrale, ma in realtà, promuovendo l'invio di un certo numero di volontari, i cosiddetti "Viriatos", a sostegno di Franco contro i Repubblicani spagnoli e permettendo il passaggio di ingente materiale bellico attraverso il territorio portoghese, dimostra di appoggiare attivamente le forze nazionaliste ed in questo, in definitiva, converge con l’azione diplomatica del tradizionale alleato britannico, molto più criptica ma nei fatti costante, forte e consistente, del governo conservatore inglese a favore di Franco. Anche per questo gli ipocriti conservatori inglesi si asterranno sempre dal definire "fascista" Salazar preferendo, per l'appunto, definirlo..."conservatore".
Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale Salazar firma un patto di non aggressione con Franco, rafforzando i legami con la Spagna anche al fine di impedire una paventata entrata in guerra dei franchisti spagnoli a fianco dell’Asse che, dal su punto vista saggiamente pensava, avrebbe in definitiva finito per sconvolgere gli assetti politici di destra della Penisola Iberica.
Salazar, pur simpatizzando ideologicamente con le potenze dell'Asse, rifiuta di aderire al Patto anti-Comintern e dichiara ufficialmente la sua neutralità che comunque non impedirà ai portoghesi di commerciare, tramite la Svizzera, con i nazifascismo italo-tedesco.
Nel contempo, e sul versante opposto, Salazar rinsalda anche i tradizionali legami con governo conservatore inglese e rende illegale sul territorio portoghese la propaganda e l’azione dei governi fascista e nazista e dei loro più accesi simpatizzanti locali.
In sostanza il “professore”, con la sua neutralità, guarda oltre il conflitto, curando soprattutto l’ “Impero coloniale” ed i rapporti col Brasile del “fascio-populista” Vargas (che finirà a combattere con la FEB a fianco degli Alleati), e mantenendo relazioni commerciali con entrambi i contendenti: esporta, ad es., zucchero, tabacco e tungsteno,  a pieno beneficio dell'industria portoghese, mai stata così in attivo come negli anni della guerra.
Con l’evolversi delle vicende belliche a favore degli Alleati, Salazar consente nel 1943 agli anglo-statunitensi di installare basi militari nelle isole Azzorre per sorvegliare l'Atlantico, ma quando nel 1945 viene annunciata la morte di Hitler, non ce la fa a trattenere i suoi reconditi sentimenti politici, e fa esporre le bandiere a mezz’asta e dichiara tre giorni di lutto nazionale.
Dopo il 1945, il Portogallo salazarista pratica in generale una politica isolazionista all'insegna dello slogan "fieramente soli", col risultato di lunga stagnazione economica e culturale nel paese, ma nel 1949 Salazar, malgrado non abbandoni la tendenza isolazionista, cerca in qualche modo di far rientrare il Paese nel gioco politico internazionale e forte delle credenziali del suo indubbio anticomunismo e con il “pass” della tradizionale alleata Gran Bretagna, fa aderire il Portogallo alla NATO.  
Convinto colonialista, Salazar continua a considerare territorio portoghese anche i territori d'oltremare come la Guinea Bissau, il Mozambico, l’Angola, ecc., nel 1951 ribattezzati "province", e gran parte delle energie dello Stato saranno via via sempre più utilizzate nelle per combattere le richieste di indipendenza delle colonie in un periodo in cui i grandi imperi coloniali europei erano in via di disgregazione.
Salazar nel 1968 viene colpito da un infarto e deve abbandonare il potere. 
Muore nel 1970: gli succede il “delfino” Marcelo Caetano, che rimarrà al potere fino alla Rivoluzione dei Garofani, conclusasi il 25 aprile 1974 con il ritorno della democrazia in Portogallo e l’avvio del ritardato processo di decolonizzazione africana.

                                                     
 
                             

                                  Carlo Onofrio Gori







Inedito: questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.






giovedì 27 dicembre 2012

Carlo O. Gori. Storia. Fascismi. 3. Engelbert Dollfuss fondatore dell' "austrofascismo"


Engelbert Dollfuss: il “piccolo” Cancelliere che fondò l’ “Austrofascismo

Com’è noto la Germania nazista il 13 marzo 1938  invase l’Austria , ma alcuni dimenticano che Hitler, ammiratore del fascismo di Mussolini e fondatore del partito nazista (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), con l'Anschluss non abolì una democrazia, ma annesse un Paese che da cinque anni stava vivendo un’esperienza politica totalitaria, definita “austrofascismo”, che solo pochi anni prima era stata ispirata ed appoggiata dallo stesso Mussolini.
Il realizzatore dell’“austrofascismo” fu il politico Engelbert Dollfuss. Nato a Texingtal il 4 ottobre 1892, piccolo proprietario terriero, entrò nella vita politica dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale e la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico. Era uno dei principali esponenti del Partito cristiano-sociale e divenne Cancelliere il 10 maggio 1932, dopo avere ricoperto nel 1927, nel 1930 e nel 1932 rispettivamente le cariche di direttore della Camera di agricoltura della Bassa Austria, di presidente delle Ferrovie federali e di ministro dell'Agricoltura.
Quando ormai una buona fetta dell'elettorato cristiano-sociale cominciava a propendere per l'instaurazione di un regime fascista, Dollfuss divenne sempre più incline a tendenze corporative ed autoritarie operando per instaurare in Austria un regime clerico-fascista. In questo si ispirò  e giovò all'estero del potente  appoggio del fondatore e del capo del fascismo Benito Mussolini (frequentissimi saranno gli incontri fra i due sia in Austria che in Italia) e in Patria del movimento paramilitare cattolico della “Heimwehr” sorto in Austria nel 1918 e composto prevalentemente da ceti medi rurali per difendere la neonata Repubblica austriaca dal pericolo socialdemocratico e, dalle rivendicazioni della minoranza slovena in Carinzia. In effetti all'apparato paramilitare del partito cattolico dei  cristiano-sociali può essere fatta risalire la vera origine dell’austrofascismo, infatti gli Heimwehren nel loro "giuramento di Korneuburg", del 18 maggio del 1930 condannarono "la lotta di classe marxista"  le "riforme liberal-capitaliste" e il sistema multipartitico e parlamentare dell'Occidente individuando il “nemico” non solo nel relativamente piccolo partito comunista austriaco (Kommunistische Partei Österreichs KPÖ), ma anche e soprattutto nella potente opposizione socialdemocratica del Sozialdemokratische Arbeiterpartei Österreichs (SDAPÖ) che dal 1919 governava la capitale Vienna, detta “Rotes Wien” (Vienna la rossa), sede di un peculiare esperimento amministrativo “austromarxista” sul quale torneremo qui in seguito.  
Ideologicamente, quindi, l'austrofascismo, pur contrapponendosi in ambito di destra e su un piano inizialmente “concorrenziale” ai nazisti austriaci, favorevoli all’unificazione con la Germania, operò una sintesi fra il fascismo e l’esperienza fascista italiana ed il cattolicesimo conservatore austriaco.
Ispiratore della politica del cancelliere Dollfuss, fisicamente piccolo (a Vienna lo bollavano con l’appellativo Millimetternich, fusione di parole che accostava il cognome dell'ex statista austriaco Klemens von Metternich con l'aggettivo "millimetrico"), fu quindi Benito Mussolini e le tappe dell'esecuzione di questo disegno saranno: la fondazione, con l'aiuto del principe Ernst Rüdiger Starhemberg (una figura storicamente interessante sulla quale qui meriterebbe tornare) del Fronte Patriottico (Vaterländische Front, VF) partito politico di stampo fascista che basandosi sugli Heimwehren raccoglieva numerose sigle della estrema destra politica; la sospensione (marzo  1933) delle prerogative del Parlamento; lo scioglimento  (maggio 1933)  del Partito comunista a cui fece seguito la sanguinosa repressione, (operata dalla Heimwehr in collaborazione con le forze armate e anche col neonato partito nazista austriaco) dello sciopero generale insurrezionale messo in atto con l'intervento delle milizie operaie socialdemocratiche dello “Schutzbund” e che culminò nell'impiccagione di alcuni tra i principali organizzatori quali Koloman Wallisch, Joseph Stanek, Georg Weissel e Karl Münichreiter e nella messa al bando dell'intero movimento operaio (12-16 febbraio 1934); infine la promulgazione di una nuova Costituzione Corporativa (1° maggio 1934), che sancì la cancellazione delle superstiti istituzioni democratiche ed il consolidamento della dittatura clerico-fascista.
Dollfuss in politica estera, ovviamente, si legò strettamente al governo fascista italiano, con il proposito di difendere in tal modo l'indipendenza austriaca contro le mire annessionistiche della Germania di Hitler,  salito al potere il 30 gennaio 1933, e il 17 marzo 1934 a Roma siglò per conto dell'Austria i cosiddetti "Protocolli di Roma", un'intesa a tre fra Austria, Italia e Ungheria, che prevedevano sia facilitazioni doganali fra i tre Paesi contraenti che una collaborazione militare.
Ma le cose precipitarono il 25 luglio 1934: mentre Dollfuss si preparava ad incontrare ancora una volta Mussolini, che era in vacanza a Riccione, i nazionalsocialisti austriaci, su ispirazione di Berlino, tentarono di impadronirsi del potere riuscendo, in un primo momento, ad occupare alcuni edifici pubblici ed a penetrate nella Cancelleria.
Vediamo come andò: Dollfuss stava presiedendo il Consiglio dei ministri quando arrivò un grosso corteo di automobili con a bordo uomini che indossavano la divisa dell'esercito austriaco. Dollfuss pensò che i nuovi arrivati fossero i rinforzi della guardia. invece erano 150 congiurati nazisti che mettendosi a sparare all’impazzata occuparono facilmente la Cancelleria e poi anche la radio annunciando le dimissioni del Cancelliere, che colpito al collo stava morendo senza che nessun medico lo soccorresse. Nonostante la morte di Dollfuss, tuttavia, il moto nazista fallì. 
La sera stessa le autorità governative austriache ripresero il controllo della situazione ed il 29 luglio si formò un nuovo Governo sotto la presidenza dell'ex ministro della Pubblica Istruzione Kurt Schuschnigg.e i capi della congiura nazista Otto Planetta e Franz Holzweber vennero poi condannati a morte.
Mussolini non ebbe esitazioni nell'attribuire l'attentato al dittatore tedesco e  diede personalmente l'annuncio alla vedova di Dollfuss, che si trovava ospite presso la sua villa di Riccione con i figli. Mise subito a disposizione del principe Ernst Rüdiger Starhemberg, il responsabile organizzativo del Vaterländische Front che nel maggio del 1934 era stato nominato da Dollfuss vice-cancelliere, e che trascorreva un periodo di vacanza a Venezia, un aereo che gli permise di rientrare a Vienna e di fronteggiare con la sua milizia, e con l'autorizzazione del Presidente della Repubblica Miklas, gli assalitori nazisti. Inoltre Mussolini, con forti dichiarazioni si fece apertamente paladino dell’indipendenza austriaca, ribadì più volte le differenze fra fascismo e nazismo ed ordinò, come monito per Hitler, che quattro divisioni italiane raggiungessero il Brennero. 
Fu questo il momento di maggior attrito tra il fascismo ed il nazionalsocialismo. Dal canto suo Hitler, che alle prime notizie venute da Vienna aveva esultato,  sorpreso dalla reazione italiana e dubbioso di essere già in grado di poter sostenere un conflitto con le potenze dell'Europa occidentale, dichiarò ufficialmente il proprio rammarico per l'uccisione di Dollfuss, declinò ogni responsabilità, sostituì l’ambasciatore a Vienna ed infine “scaricò” i congiurati espellendoli dal partito nazista ed impedendo loro di rifugiarsi in Germania.
A Dollfuss, come s’è detto sopra, successe come cancelliere Kurt Alois von Schuschnigg che mise al bando il Partito Nazista Austriaco, mentre la guida del Vaterländische Front fu assunta dal principe Starhemberg.
Sembrava l’ennesima vittoria dell’austrofascismo, ma sotto la pressione della potente Germania nazista si faceva sempre più forte il dominio politico e culturale dei nazisti austriaci.
Nel 1936 un patto con la Germania riconobbe l'indipendenza dell'Austria, ma la condizionava ad assecondare la Germania in politica estera. Mentre l’Italia fascista di Mussolini si orientava sempre più verso un’alleanza con la Germania nazista, lasciando cadere la protezione dell'Austria quale Stato-cuscinetto, Hitler impose a Schuschnigg di legalizzare nuovamente il Partito Nazista Austriaco e di ammettere i nazisti nei dicasteri chiave del governo e così il suo seguace Seyss-Inquart divenne  Ministro degli Interni (16 febbraio 1938).
Schuschnigg tentò l'ultima carta per impedire l'Anschluss, cercando l'appoggio della Francia e della Gran Bretagna, ma inutilmente, inoltre cercò di indire un referendum popolare sulla questione, consapevole che la maggioranza della popolazione austriaca era contraria all'unione. Allora Hitler, furibondo, inviò un ultimatum a Schuschnigg, dove si chiedevano le sue dimissioni dalla carica di cancelliere e la sua sostituzione con Seyss-Inquart, pena l'invasione militare dell'Austria. 
Schuschnigg cedette, ed il 12 marzo 1938 Seyss-Inquart divenne Cancelliere, ma per un giorno appena: il suo primo ed ultimo atto da cancelliere austriaco fu quello di invitare l'esercito tedesco ad invadere l'Austria ed ad indire un plebiscito pilotato per confermare l'annessione del suo Paese alla Germania nazista. 
Il  Vaterländische Front fu sciolto dai nazisti mentre gli Heimwehren in gran parte finirono per aderire al nazionalsocialismo.
L’Italia fascista che, a causa dell'isolamento da Francia e Inghilterra per le Sanzioni seguite all’invasione dell’Etiopia del 1935-36, stava via via migliorando i rapporti con la Germania che culmineranno poi nell'alleanza siglata il 22 Maggio 1939,  non mostrò questa volta alcuna ostilità all'Anschluss.

                         
                          
                  Carlo Onofrio Gori                                                                     






Carlo Gori - Carlo O. Gori - Carlo Onofrio Gori






Inedito: questo articolo è riproducibile parzialmente o totalmente previo consenso o citazione esplicita dell'Autore.





Della stessa serie pubblicati finora su questo blog:

http://goriblogstoria360.blogspot.it/2013/04/carlo-o-gori-storia-fascismi-4-antonio.html 
http://goriblogstoria360.blogspot.it/2015/07/carlo-o.html











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