Visualizzazione post con etichetta Carlo Onofrio Gori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carlo Onofrio Gori. Mostra tutti i post

mercoledì 6 febbraio 2013

Carlo O. Gori. Resistenza e Liberazione. Il Comandante Manrico Ducceschi, i partigiani dell'XI Zona ed i soldati Usa della V Armata e dell'OSS. Mio discorso del 31 luglio 2005.


In onore del Comandante "Pippo"

Mio discorso del 31 luglio 2005 per la  Commemorazione ufficiale del Comandate partigiano Manrico Ducceschi "Pippo" dei suoi partigiani e dei soldati dall V Armata Usa e dell'O.S.S., tenuto sulla montagna pistoiese alla Pianaccina di Pian di Novello, Comune di Cutigliano, Provincia di Pistoia.
Rivolgo un cordiale saluto a tutti gli intervenuti: l’amico Tiziano Palandri  (che mi ha pregato di riferirvi che si dispiace di non poter esser presente oggi per motivi di salute e che ringrazia tutti ed in particolare il Comune di Cutigliano per la sua disponibilità)   ha voluto che introducessi questa cerimonia odierna in onore dei caduti partigiani e dei soldati della 5 Armata USA e dell’OSS che con loro proficuamente collaborarono, per la Liberazione di questa parte della nostra Toscana e poi dell’ intero Paese dall’oppressione nazifascista.
Forse devo questo al fatto che Palandri, vicecomandante della formazione, ha letto alcuni miei scritti che gli sono piaciuti, in particolare quello sul Comandante Manrico Ducceschi,  uscito recentemente sulla rivista toscana  “Microstoria” e che la signora Laura Poggiani ha poi gentilmente voluto inserire nel suo bel sito Internet recentemente da lei aperto e dedicato a “Pippo”. 
E’ per me un grande onore, quindi, partecipare e parlare a questa importante commemorazione: cercherò di essere all’altezza delle vostre aspettative, non sono un oratore e non so se ci riuscirò, mi conforta perciò  l’autorevole presenza odierna del prof. Sereni, sindaco di Barga, che dopo me prenderà la parola e che meglio di me si potrà soffermare su alcuni aspetti degli avvenimenti che hanno contrassegnato una parte importante della nostra Storia.
In particolare Tiziano Palandri, col quale ho concordato questo intervento, mi ha incaricato di esprimere  al prof. Sereni (di cui ricorda con affetto il padre, giornalista, vecchio antifascista amico dei f.lli Rosselli e combattente in Spagna) tutta la sua riconoscenza.
In sostanza sono qui oggi, oltre che per rendere un sincero e personale omaggio a Pippo ed ai suoi partigiani, per parlare di vicende e di uomini che qualcuno fra di  voi indubbiamente conosce meglio di me per esserne stato protagonista.
Per alcuni non dirò quindi niente di nuovo, ma cercherò soltanto di ripercorrere brevemente fatti e personaggi e, da studioso di storia, cercherò di fare alcune considerazioni  sulla scorta di impressioni che ho tratto studiando il periodo.
Dirò subito, e forse sfondo una porta aperta, che Pippo ed i suoi uomini pur essendo ricordati come una formazione leggendaria, una formazione che la Resistenza l'ha fatta davvero (e bene!),  tuttavia non hanno avuto tutti gli onori che avrebbero giustamente meritato. Né loro né tantomeno gli uomini che valorosamente collaborarono con loro operando nell’OSS. 
Ma su questi aspetti e sul perché di tutto questo ci soffermeremo in seguito.
Non si può parlare dei patrioti dell’XI Zona se non si rievoca qui brevemente la vita  del suo  comandante Manrico Ducceschi, che dal niente creò questa formazione ed insieme a loro la fece grande.
L'armistizio dell' 8 settembre 1943 e l'occupazione tedesca furono per la coscienza di molti giovani come una cartina di tornasole. Li posero di fronte a scelte drammatiche: nascondersi, aderire alla repubblica di Salò, combattere i nazifascisti. Di fronte a questi dilemmi in alcuni di loro emersero attitudini e qualità che altrimenti sarebbero forse rimaste per sempre sopite.
E' questo proprio il caso di Manrico, ricordato, come ha scritto il suo biografo Giorgio Petracchi,  solo fino a pochi anni prima  a Pistoia, negli ambienti dell'élite un po' conformista e provinciale del liceo "Forteguerri" come studente, indubbiamente intelligente, ma dispersivo e non certo brillante.
Manrico nacque a Capua  l’11 settembre 1920, da  Fernando Ducceschi, pistoiese, agronomo, e da   Matilde Bonaccio, casalinga. Avrà poi  una sorella, Leila.
Compiuti gli studi medi e superiori si iscrisse e frequentò con profitto la Facoltà di Lettere di Firenze prendendo anche contatto con "Giustizia e Libertà", ma nemmeno in quell'ambiente sembrò particolarmente distinguersi ed emergere.
L'armistizio trova Ducceschi a Tarquinia, allievo ufficiale del V Rgt. Alpini.
Manrico riesce a sottrarsi alla cattura tedesca ed a rientrare a Pistoia, dove abitava in via Bellini dirigendosi subito dopo a Firenze dove riprende i contatti col Partito d'Azione.  Inviato sulla montagna pistoiese con pochi compagni, assume il nome di battaglia di Pontito.
Da subito Manrico mostra insospettate doti di organizzatore: già a metà settembre, costituisce la prima brigata "Rosselli" ed in questo periodo che va dal settembre 1943 al gennaio 1944 gli sforzi sono indirizzati  all'organizzazione: prende contatti col Cln di Lucca, recupera armi, costituisce una rete di supporto, inserimento e preparazione di nuovi combattenti  e,  creando in tutta la zona nuclei di informatori e simpatizzanti sulla base di solide relazioni con parroci, pastori e  qualche comandante di stazione dei carabinieri, assorbe poi alcune formazioni minori del Pesciatino e della Lucchesia con i cui uomini intraprende le prime azioni di sabotaggio.
Crea insomma quell’atmosfera di entusiasmo e collaborazione che sarà la base essenziale per i successi del 1944 e del 1945.
Assunto il nome di battaglia di Pippo, stabilisce poi il suo quartier generale alle Tre Potenze e organizza i suoi uomini suddividendoli in settori, gruppi e distaccamenti, giungendo via via a coprire un vasto e nevralgico settore nella zona della Linea Gotica: dalla Val di Lima, all'Abetone, da parte dell'Appennino modenese, alla Garfagnana ed alle valli del Pescia e della Nievole; rientra, tra l'altro, nel suo campo d'azione, la Statale 12 dell'Abetone e del Brennero, fondamentale per gli spostamenti delle truppe nazifasciste.
Quanto sia stata importante l’azione partigiana in questa parte della Linea Gotica lo ha spiegato, tra gli altri, lo storico tedesco Gerhard Schreiber quando ha scritto: “...i partigiani italiani crearono ai tedeschi, dal giugno [1944]in poi, nel settore tirrenico, maggiori difficoltà che le truppe alleate; già nel dicembre del '43 il comandante del genio della XIV Armata comunicava al comando d'armata che i partigiani, distruggendo le vie di comunicazione rendevano difficile la costruzione delle fortificazioni sia sugli Appennini che sulla costa; il 5 giugno '44 il Comando militare di Lucca informò che la guerriglia prendeva sempre più il sopravvento nelle Alpi Apuane, nella Garfagnana e nelle montagna appenniniche;  i partigiani minacciavano la sicurezza delle truppe tedesche in detta zona e avrebbero potuto bloccare a piacere i valichi e ferrovia negli Appennini”.
Ricordiamo anche che nella seconda quindicina di giugno 1944 il comandante in capo generale von Zangen si diceva convinto che la guerra partigiana nella zona appenninica, incredibilmente aumentata, ben preparata organizzata e coordinata non doveva essere più considerata come un insieme di azioni indipendenti di alcuni gruppi singoli, ma di un movimento insurrezionale, evidentemente diretto dal nemico, i cui membri combattevano “...in conformità alle regole della guerriglia”.
Il 16 marzo 1944 la formazione assumerà "dietro parere concorde di tutti i componenti" la denominazione ufficiale di "Esercito di Liberazione Nazionale-XI Zona Militare Patriotti" prendendo l'impegno, sempre gelosamente difeso dal suo Comandante, di darsi “un carattere essenzialmente apolitico e ... fini esclusivamente militari e patriottici".
Pippo infatti, pur accogliendo fra le sue, file antifascisti di appartenenza o di estrazione politica eterogenea (giellisti, anarchici, comunisti, senza partito, monarchici, cattolici), vedeva tuttavia nel dibattito politico e nelle divisioni partitiche un serio ostacolo ad un rapida vittoria contro il nazifascismo.
Vale la pena, a questo proposito, citare un brano scritto da Maria Luigia Guaita, inviata presso di lui dal CTLN per ottenerne una relazione: «Pippo ... era uno dei comandanti più autorevoli e stimati di tutta la Toscana ... Già a giugno [1944] aveva sotto di sé più di mille uomini, ormai equipaggiati e armati, la formazione più forte di tutto il pistoiese e dintorni... Era il migliore dei nostri comandanti. Lo ricordavo appena dieci mesi prima studente di lettere timido, serio, il più giovane fra gli amici... ora lo guardavo... comandante partigiano. Ancora più magro più calvo, ma abbronzato e sicuro di sé incuteva soggezione e affetto ... gli dissi quello che volevano conoscere al comando militare ... Tornò ... con ... le indicazioni richieste ... Allora ... gli mostrai varie copie dei punti programmatici dei Partito d'Azione e altri opuscoli di propaganda. Per i politici era importante quanto il combattere che i partigiani ... maturassero nelle idee ... Pippo sorrideva ..."Non li butterai mica via? ... Ci costano tanto di ansie e di soldi!". “E chissà quante discussioni” disse Pippo e rideva, .... ma mi accorsi che nel fondo era triste e deluso ... E scoteva la testa».
A questo proposito anche Petracchi ha scritto: “Ciò che teneva insieme tanti uomini così eterogenei era certamente la disciplina fondata sull'esempio di chi esercitava il comando e sullo spirito generoso e volontaristico di chi eseguiva. Ma c'era  ancora qualcosa d'altro. L'XI Zona arrivò a coinvolgere diverse centinaia di uomini proventi da 125 Comuni d'Italia: intellettuali, contadini, studenti, militari, operai, un campionario sociale e culturale, in cui tutte le ispirazioni dell'antifascismo e della Resistenza erano rappresentate persino nelle sfumature. Senza contare gli stranieri presenti nella formazione sin dall'inizio: due ufficiali sudafricani di cui, John Wahl divenne ... [per un certo periodo fino a quando rimase ferito]  il vicecomandante, uno inglese, tre soldati tedeschi disertori, successivamente anche russi e caucasici. Ci si chiede allora quale fosse il collante che tenne insieme questi uomini...Questo collante fu la formula della liberazione nazionale...Nella scelta cosiddetta “Patriottica” era presente l'ideale di un profondo rinnovamento etico prima che politico, una tensione morale che Manrico Ducceschi soleva riassumere nella triade: autodisciplina, uguaglianza, onestà:”
Questa maturata e crescente attenzione agli aspetti patriottici e militari dell'azione partigiana, piuttosto che a quelli di equilibrio politico, porterà Ducceschi a sottrarsi sempre più all'autorità dei CLN ed a privilegiare rapporti diretti con gli Alleati rifiutando sempre qualsiasi sponsorizzazione politica, come quella che poi offrirà il repubblicano Pacciardi, anche per questo, e non solo da parte comunista, verrà poi ingiustamente qualificato, lui sostenitore della forma repubblicana, come "monarchico", e questa definizione fa un po' sorridere se ad esempio si pensa al fatto che Pippo e l'XI Zona,  nella prima quindicina del gennaio '45, rifiuteranno decisamente una prennunciata visita del Luogotenente Umberto alla formazione.
Malgrado i dissidi, tutto ciò non impedirà, tuttavia, in alcune occasioni, sia la collaborazione dell'XI Zona con i CLN locali, sia, spesso pur fra divergenti opzioni operative, con altre formazioni politicamente caratterizzate come la pistoiese "Bozzi", organizzata dal PCI, e le formazioni emiliane comandate da "Armando", come nei frangenti dell'attacco tedesco alla Repubblica di Montefiorino
Compiuta la scelta "militare" "Pippo" dimostrerà appieno in questo campo tutte le sue capacità.
Se si leggono le relazioni sull’attività militare del Comando dell’XI Zona Patrioti da lui firmate e pubblicate poi nel 1956 sulla rivista “Il Movimento di Liberazione in Italia” (oggi Italia contemporanea) si resta stupefatti dal loro numero e dalla loro importanza.
Sono innumerevoli, alcune di queste sono ricordate, solo per quanto concerne  la Val di Lima, sull’invito distribuito in questa occasione.
Pippo ed i suoi uomini si distinsero negli attacchi i presidi nazifascisti,  (come in una delle prime azioni avvenuta alla Macchia Antonini agli inizi del marzo 1944, quando disarmò un plotone di Pionieri della RSI) ed ingaggiarono vere e proprie battaglie, sovente vittoriose, come avvenne a giugno in Garfagnana in uno scontro durato 4 giorni, conclusosi vittoriosamente con gravi perdite per il nemico anche per l'appoggio dell'aviazione alleata che era intervenuta l'ultimo giorno distruggendo un'autocolonna tedesca di rinforzi.
Merita soffermarsi su questo aspetto della collaborazione fra partigiani ed alleati, si tratta di un altro capitolo per lungo tempo rimosso della storia resistenziale che ci porta a parlare brevemente delle vicende italiane dell'O.S.S, il servizio degli Stati Uniti che si occupava della raccolta delle informazioni, di spionaggio e fondamentale sostegno mediante il suo gruppo operativo, l'OG, alla guerra partigiana, che fu decisivo soprattutto nel Nord. 
Di questo servizio facevano parte soprattutto italo-americani ed anche molti volontari italiani, arruolati nell' OSS ed anche  nel SOE inglese e il cui contributo fu essenziale per lo sviluppo della  guerriglia. “Per nulla un mestiere di tutto riposo il loro - ha scritto Giorgio Spini - tra chi moriva atterrando, chi era catturato quasi subito, o chi lasciava la pelle in combattimenti vari, la percentuale dei sopravvissuti era estremamente bassa..”
In questo ambito, sul campo, si stabilì fra gli uomini di Pippo ed i membri dell'OSS un rapporto solido e duraturo basato sulla reciproca fiducia, un rapporto che, in alcuni casi, come ho potuto constatare prosegue tutt'oggi. Recentemente, anche tramite Albert Materazzi, a suo tempo ufficiale dell'OSS,  ho avuto la possibilità di conoscere le attività di uomini importanti e coraggiosi come il col. Gerald Sabatino, recentemente scomparso, che tra l’altro  è sempre ricordato da chi lo conobbe per la sua umanità dimostrata nel prodigarsi per evitare inutili bombardamenti e per lenire le sofferenze della popolazione  nel durissimo inverno 1944/45.  (Ricordando  la sua figura Tiziano Palandri rivolge, per mio tramite, un cordiale omaggio alla vedova Marie Formichelli).
Mi è stata raccontata una delle imprese di questi valorosi, quella condotta dalla “missione Ginny”, poco conosciuta,  i cui 15 uomini quasi tutti di origine italiana (i tenenti Russo, Trafficante, i sergenti Vieceli, Mauro, Flumeri,  ecc.) tutti in divisa americana, sbarcati a Fremura nei pressi di La Spezia furono catturati per una spiata il 22 marzo 1944 e furono fucilati dai nazi-fascisti in spregio di ogni legge internazionale il 26 marzo 1944 a Punta Bianca di Ameglia.
Ma torniamo a all'XI Zona. Il grande credito riscosso via via da "Pippo" presso gli Alleati è anche conseguenza della clamorosa azione condotta l'8 giugno 1944 da alcuni suoi uomini nei pressi dell'Abetone in seguito alla quale rimane ucciso , il contrammiraglio giapponese Toyo Mitunobu, importante personaggio, vice comandante dei servizi segreti nipponici nell'area del Mediterraneo, addetto militare giapponese presso la RSI che, nel corso dello scontro a fuoco rimane ucciso. e vengono acquisiti importantissimi documenti militari alcuni dei quali addirittura – mi ha assicurato Palandri - ancora secretati.
Dopo la liberazione di Bagni di Lucca (28.9.45), e di Barga (1.10.45), raggiunti dalla V Armata, i partigiani di Ducceschi allacceranno "sul campo", ottimi rapporti prima con le truppe brasiliane e poi con gli statunitensi, tanto che dall'ottobre 1944 presteranno servizio "come truppa di linea inquadrata in forma di reparto regolare ed organico" , poi denominata "Battaglione Autonomo Patrioti Italiani Pippo" e, con divise ed equipaggiamento americano, contribuiranno a "tenere" ben 40 km del fronte, dalla Garfagnana all'Appennino pistoiese contrastando valorosamente le forze tedesche ed alcuni contingenti delle divisioni "Italia", "San Marco" e "Monterosa" della RSI.
In particolare vorrei brevemente ricordare (certo che dopo lo farà meglio di me il Sindaco di Barga prof. Sereni)  che gli uomini di “Pippo” contrastarono efficacemente nella zona di Sommocolonia e sulla parte destra del Serchio,  la forte offensiva che le truppe nazifasciste scatenarono in Garfagnana nei giorni del Natale 1944,  in contemporanea con quella più ampia  sviluppata nelle Ardenne.  Essi, al prezzo di mumerosi caduti e dispersi, pur dovendo necessariamente ripeiegare, diedero tuttavia il tempo necessario alle truppe alleate per potersi riorganizzare e condurre la controffensiva, condotta poi con successo dai contingenti indiani (in particolare gurka e sikh ) delle truppe britanniche.
Dopo lo "sfondamento" della "Gotica" il Battaglione affianca nell'avanzata le truppe alleate e con esse, quasi sempre precedendole, partecipa alla liberazione di Modena, Reggio Emilia, Parma, Piacenza (dove tra l'altro si svolse un aspro combattimento con molti feriti ed un caduto ) ed entra successivamente in Milano.
Quest'ultime gesta dell' XI Zona rappresentano una pagina che merita un approfondimento storiografico che – come mi diceva Tiziano Palandri -  deve esser  ancora scritto, ed è importante che ciò venga fatto al più presto perchè, con l'avanzata su Milano, gli uomini di Pippo dimostrarono che l’impegno già profuso da molti di loro come partigiani, su questi monti, non era stato un punto d’arrivo, ma un punto d’onore per fare sempre di più e sempre meglio, come poi effettivamente fecero, partecipando alla Liberazione dell’intero Paese.
Questa nuova prova di valore valse agli uomini di "Pippo", decorato con la "Bronze Star" americana, l'ammirazione profonda e la definitiva stima degli Alleati
Solo a guerra finita   ricordò Lindano Zanchi    “…noi rientrammo all'Abetone con tutti gli automezzi ... e con le armi. Lì all'Abetone le depositammo per consegnarle" .
Nel dopoguerra “Pippo” si trasferisce a Lucca dove risiede in P.za S. Michele. Non è un buon momento per il Comandante: prevalgono ora fra i partiti della Resistenza quelle diatribe politiche che tanto lo avevano disgustato durante la lotta armata e che non aveva mai voluto o saputo comprendere e che ora vede di ostacolo all’urgenza di una patria nuova da ricostruire; subisce anche molti processi per le azioni e le condanne da lui decretate nei confronti di fascisti colpevoli, dai quali peraltro esce sempre assolto come uomo dalle indiscutibili qualità morali.
Nelle prime ore dei pomeriggio di giovedì 26 agosto 1948, Ducceschi viene trovato impiccato nella camera della sua abitazione. Suicidio, diranno le indagini, ma sulle circostanze della sua morte, che risale a due giorni prima, qualcuno avanzerà sempre dubbi. Le successive inchieste giudiziarie, riaperte anche in tempi recenti, hanno tuttavia finora confermato il verdetto iniziale. Ai suoi funerali, celebratisi a Lucca, "in forma particolarmente solenne", il 28 agosto, un picchetto della "Friuli" (una delle poche divisioni italiane che fin dal marasma dell’8 settembre non si squagliò, ma combatté i tedeschi e si schierò poi al fronte a fianco degli alleati) gli rese gli onori militari.
Ma nonostante questo ultimo riconoscimento ed i riconoscimenti anche internazionali che Pippo aveva avuto, per lungo tempo questo importante capitolo della lotta armata è rimasto nella storiografia italiana quasi ignorato, a parte alcune eccezioni: tra queste quella dello storico Carlo Francovich che giustamente ricordò l’XI Zona come  “il nucleo partigiano più attivo dell’Italia centrale” ed altrettanto giustamente Enriquez Agnoletti la ricordò come "una delle più importanti formazioni... che abbiano operato ... nella Resistenza italiana" .
Senza nella togliere alle consistenza  operativa di brigate o divisioni partigiane che operarono valorosamente nelle retrovie nazifasciste, spesso con l’auto alleato, creando in molti casi anche delle ampie “zone libere”, basterà notare tuttavia che il "Battaglione Autonomo Patrioti Italiani Pippo" dell’ IX Zona fu la sola unità partigiana toscana, ed una delle quattro o cinque che in tutta Italia venne mantenuta dagli Alleati al fronte "in piena efficienza e con tutti gli uomini accanto alle loro truppe",  ed una, fra quelle poche a cui  venne consentito di proseguire insieme a loro, con loro uniformi e/o equipaggiamenti,  l’avanzata verso il Nord Italia.
Queste furono solamente tre: oltre all'XI Zona di “Pippo” che dalla Toscana si spinse, come abbiamo visto fino a Milano,  l’abruzzese  “Brigata Maiella” di Ettore Troilo e la ravennate “28° Brigata garibaldina Gordini” di Arrigo Boldrini “Bulow” che operarono sul fronte adriatico giungendo rispettivamente, insieme alle truppe alleate ed a quelle  “cobelligeranti” del ricostituito Esercito italiano, a Bologna ed a Venezia.
Fu questo un caso? Non lo credo. Fu allora un problema di affidabilità politica?  Può esser stato, ma solo in parte, soprattutto se si pensa al fatto che una di queste unità (quella di Bulow) era una formazione dichiaratamente comunista e che pure  affiancò e poi avanzò insieme ai britannici ed al Gruppo di Combattimento (divisione) “Cremona” dal fronte del Senio su Venezia.
Piuttosto fu soprattutto per un problema di affidabilità militare che queste tre sopra citate formazioni ebbero questo ulteriore onere e questo grande onore. Ma, ripeto, malgrado ciò, la formazione di Pippo, per  lungo tempo, non ha avuto il rilievo storiografico che avrebbe meritato, come “Pippo”, benche insignito della “Bronze Star” americana, non ha mai  avuto la medaglia d’oro italiana che avrebbe ben ampiamente meritato.
Ciò probabilmente va attribuito al fatto che, pur essendo stato Pippo un fervente antifascista, e malgrado la sua iniziale militanza azionista, non volle poi stabilmente legarsi ad alcun partito politico, né la sua memoria poté esser quindi rivendicata nel dopoguerra da qualcuno in particolare. 
In fondo  Manrico Ducceschi  è un po’ l’eroe di tutti coloro che amano la patria senza essere retorici e nazionalisti, oppure nascondere secondi e più utili fini, e di tutti quelli che, in Italia e da qualsiasi altra parte, amano veramente la democrazia, “senza aggettivi” e senza scopi reconditi
Solo in tempi recenti questa, come altre pagine importanti della nostra storia della Resistenza sono state riaperte per essere collocate nella loro giusta dimensione.
Le aspre divisioni politiche del dopoguerra favorirono infatti il prevalere di interpretazioni storiografiche, sorte nell’ambito dell’opposizione di sinistra ed in particolare nel partito comunista, identificanti quasi del tutto la Resistenza con la lotta partigiana delle "Brigate Garibaldi", viste come "avanguardia" di una quasi unanime partecipazione o consenso popolare alla guerra di liberazione nazionale. Tesi politicamente comprensibile visto il clima di "guerra fredda" e la rivendicazione da parte comunista di una "funzione nazionale" di avanguardia nella lotta di Liberazione, ma invece storicamente, almeno nella sua originaria totalizzante formulazione, tutta da dimostrare! 
Ci furono invece anche i contributi, forse minori rispetto all'entità di quello comunista, ma non per questo meno significativi, anche di "avanguardie" politico-militari di estrazione cattolica, socialista, azionista, monarchica, repubblicana, anarchica, come di anti-nazifascisti "senza etichetta". 
Ci fu poi a fianco degli alleati il notevole contributo (nel periodo 1944-45 oltre 450 mila uomini), forse non  militarmente decisivo nel quadro generale dello scacchiere europeo della guerra , ma tutt'altro che insignificante, delle forze armate italiane "cobelligeranti" che combatterono per la Liberazione in Italia, ma anche all'estero, come infine ci fu il contributo di chi, prigioniero militare (IMI) dei tedeschi non volle aderire alla RSI.
Invece nella popolazione, ed anche questo va detto, la cosiddetta “zona grigia” di coloro che ritenevano rischioso in qualsiasi senso impegnarsi fu all’inizio molto ampia e ridusse via via solo per  il sommarsi di numerosi accadimenti e conseguenti stati d’animo: bandi di reclutamento della R.S.I., difficoltà economiche, rastrellamenti e stragi  nazifasciste, bombardamenti alleati dei quali si sarebbe vista la fine solo con la vittoria degli stessi e con il sopraggiungere della pace, ecc. ecc.
Certo che ci furono anche iniziali sostegni popolari “spontanei” alla causa alleata e antifascista, che poi si ampliarono:  aiuto, soprattutto da parte dei contadini, ai prigionieri di guerra angloamericani, asilo agli ebrei o ai renitenti alla leva, ecc. ecc.
Parlerei quindi di crescente consenso popolare ed in determinati casi anche di attiva partecipazione.
Dunque, per riassumere, nella “vulgata resistenziale” storica della sinistra, durata all’incirca fino agli  anni Ottanta, scarso lo spazio per la rappresentazione di esperienze e contributi che uscissero dal suddetto “schema” ,di “guerra popolare” guidata dal partito comunista, mentre invece come sappiamo, senza nulla togliere all'importanza preponderante e decisiva del contributo comunista alla Resistenza,  il quadro delle forze e delle vicende connesse alla Liberazione era stato tuttavia indubbiamente, come ho detto sopra, più composito e complesso, come varie furono le motivazioni di chi aderì alla RSI, tanto che si è anche giustamente parlato come ha fatto lo storico Pavone di un complesso fenomeno che nell'ambito dello scontro del 1943-45 nazifascismo-antinazifascismo fu anche al tempo stesso “guerra di liberazione nazionale”, “scontro sociale di classe” e “guerra civile”.  
Dal canto loro, poi, nella temperie del “blocco contro blocco”, alcune forze moderate, interessate in determinati settori al recupero politico degli ex-repubblichini, ben presto rinunciarono a esaltare, in funzione anticomunista, certi loro “meriti resistenziali” contribuendo quindi da altra sponda ad alimentare la vulgata dell'equazione "partigiani = comunisti".
Ma oggi questo periodo importante della nostra storia recente è da qualche tempo sottoposto ad un processo di revisione critica che mi sembra utile nella misura in cui esso sia mosso, non da motivazioni di opportunità politica, ma  dalla sincera volontà di chiarire e di capire.
Tutto ciò significa buttare a mare la Resistenza? No, anzi! Significa soltanto che essa va studiata  nei suoi uomini, nei suoi fatti e nei suoi tempi di svolgimento, senza pregiudizi, senza mitizzazioni né anatemi, ma con una grande passione di verità proprio perché per lungo tempo si è preferito sventolar bandiere invece che riflettere e capire.
Avendo ben presente che la Resistenza è l’elemento fondante della nostra democrazia e della nostra Costituzione repubblicana, e che per questo non può esser messo sullo stesso piano il valore delle motivazioni degli antifascisti con quello dei “repubblichini” filonazisti, e che quindi la cosiddetta “memoria condivisa” troverà sempre sul suo, anche necessario, cammino questo ben storicamente e saldamente ben piantato “paletto”! 
Detto questo, altro non possiamo augurarci, se non che la Storia "cresca": che crescano i documenti e le testimonianze e che crescano le riflessioni su questi contributi. E che non ci siano censure più o meno “politicamente” interessate, che non ci siano più autori “scomunicati” e libri “maledetti” da nascondere nei più alti scaffali delle biblioteche.
E’ un segnale che sia giunto il momento, dopo sessant'anni, di far tacere le polemiche viziate da interessi settari per cominciare a scrivere la Storia, chiamando tutti, reduci ed eredi dei vincitori, ma anche reduci ed eredi dei vinti, a testimoniare.
Senza alcuna presunzione penso che sia proprio anche questo quello che avrebbero voluto Pippo ed i gloriosi caduti dell’XI Zona per essere degnamente ricordati ed onorati.


                           


                           Carlo Onofrio Gori





"Carlo Gori" "Carlo O. Gori"




Monument Dedicated to Pippo’s Brigades

By Albert R. Materazzi
On July 31, 2005 a ceremony dedicating a monument was held at Pian Novello honoring Partisans of the Eleventh Zone Partisans Brigades (whose commander was the late Manfredo Duccceschi aka Pippo) and Fifth Army Soldiers who made the “ultimate sacrifice” in the war to liberate Italy from the cruel Nazi/Fascists. Sponsoring it were veterans of the Brigades led by OSSer Tiziano Palandri, wartime vice commander of the Brigades, and the commune of Cutigliano near where it was erected. 
This event is unique; nowhere in Italy has the USA OSS assistance been so recognized.
The principle orator was historian Prof. Carlo O. Gori of the University of Pistoia. His speech was written with the assistance of Tiziano. He paid tribute to the help and courage  of the Americans, and noted the numerous documents from NARA we furnished that enrich the town’s historical archives.
After Rome was liberated, seven of its best divisions were transferred to the Seventh Army for the invasion of southern France. As the result, the Fifth Army was unable to breach the German Gothic line. The war in Italy became the “forgotten war” during one of the worst winters in Italy’s history in what turned out to be a stalemate. The Allied troops were spread thin. The inexperienced and poorly
trained 92nd division anchored the western edge of the Allied line.
During the advance the army came into contact with the Pippo Brigades in the Serchio valley that parallels the coast. It was based in Barga, located in the no-man’s land of the opposing armies. It was obvious that the partisans could be a great asset. The OSS Fifth Army Detachment was responsible for furnishing tactical intelligence and nurturing the partisan effort. Lacking sufficient personnel, five officers and twenty enlisted men from the Italian OGs were placed on detached service to assist them. The area was in the II Corps sector, for which the late Maj. Stephen Rossetti was the OSS liaison officer. He placed OG. Capt. Gerald Sabatino with the Pippo Brigades who noted his courage and ability. 
Using mules, supplies were sent to them over the mountains On Christmas Day 1944, the Fascist Monte Rosa Division,reconstituted and including German officers and specialists, attacked the 92nd Division positions in the Serchio Valley. The inexperienced soldiers panicked and retreated, placing the port of Leghorn in jeopardy. The next day the Pippo brigade struck the flanks of the invaders at Sommocolonnia. Fearing a trap the Monte Rosa retreated. 
The Pippo Brigades continued fighting alongside the allies until they reached Milan.

                                "The O.S.S. Society Inc."
(Winter 2006)
















vd. anche:

http://goriblogstoria.blogspot.it/2012/01/carlo-onofrio-gori-resistenza-manrico.html



Simone Fagioli L'originale, Filomena Pavese, Claudio Gerati Angela Bonadies e Marcella Gori piace questo elemento.






martedì 1 gennaio 2013

C.O. Gori. Attualità e Storia. Esperienze socialiste. Venezuela. Hugo Chavez

Il Venezuela e Chavez


Il 31 dicembre, come ha informato il vicepresidente venezuelano, Nicolas Maduro, suo successore designato nell'ambito del Partido Socialista Unido de Venezuela, permangono ancora  precarie le condizioni del Presidente venezuelano  Hugo Chavez dopo le complicazioni in seguito ad un'ennesima operazione subita all'Avana volta a contrastare il tumore che da un anno lo ha colpito. 
Non si sa se Chavez sarà in condizioni di presentarsi a Caracas al giuramento del prossimo 10 gennaio che lo dovrebbe riconsacrare alla presidenza dopo le recenti elezioni da lui ampiamente vinte, al che, sembra, dovrebbero ripetersi. Comunque da parte mia sinceri auguri a Hugo Chavez!
Sul "fenomeno" Chavez ed il Venezuela avevo scritto in alcuni post  nel mio Diario Facebook e sul mio blog Historiablogori, che qui sotto in sequenza (partendo dal post più recente e scendendo giù giù verso il più vecchio, come di solito si usa fare sui computer...ma non sui libri..) qui ripropongo con qualche commento compreso:
Facebook. 8 ottobre 2012. "Venezuela: il socialista-bolivariano parlamentarista Chavez vince alle elezioni di buona misura sul liberista Capriles…ma non è tutto oro quel che luccica. A quanto ne so, e ovviamente su notizie mediatiche di seconda mano (infatti bisognerebbe sempre aver vissuto per un po’ in loco per esprimere giudizi certi). Apprezzo lo spirito di questo “soldataccio”, da tempo convertito al “suo” socialismo, nell’opporsi, in controtendenza, insieme a pochi altri (“sinistre” comprese) anche dopo la caduta del muro, all’insano e sfrenato liberismo che ha pervaso il mondo di questi nostri ultimi tempi, da Reagan-Thatcher in poi, ed i cui “benefici” effetti sono ultimamente sotto gli occhi di…quasi…tutti (salvo quel maledetto 10% di fisiologici speculatori finanziario-economici che ancora oggi fanno il bello e cattivo tempo). Ugualmente apprezzo il suo impegno nell’opporsi alla politica Usa, che spesso trascendendo da “destre” e “sinistre” interne, vorrebbe continuare ad imporre a tutti, anche manu militari, aperta o subdola, la sua visione del mondo sulla base dei propri interessi …. di bottega… e non si sa più, oggi, sulla base di quanto concreto e reale potere economico-finanziario. In tal senso Chavez ha stretto amicizie un po’ dubbie, come “carte in regola”: da Gheddafi a Assad, da Ahmadinejad a Lukashenko, a Putin ecc. … ma si sa, il nemico del mio nemico… è mio amico. Tuttavia, in un Paese ricco di petrolio come il Venezuela, anche se la maggior parte delle risorse, sembra siano state impiegate, da quando Chavez è al governo, sostanzialmente, a favore del benessere del suo popolo, mi sembra abbia da risolvere alcuni problemi: 1. In questa fase economica mondiale non ci vuole “rigidità” ideologica statalistica  di ritorno" , bensì una “sapiente” duttilità, col l'obiettivo del benessere concreto, del popolo, al primo posto "qui e ora" (e non ad es. "futuro-che non-vien-mai" dei vecchi piani quinquennali sovietici). 2 . Il socialismo fallisce se si creano “carrozzoni” statali con alla guida partenti, amici e benefattori…con corruzioni connesse. 3. Ha da risolvere il problema della fortissima criminalità presente in Venezuela. 4. Il populismo “caudillista”, tipico e ricorrente, nei paesi latino-americani ha storicamente il fiato corto: occorre sempre creare una nuove équipe dirigente strettamente legata al popolo…altrimenti… quando muore il leader…che succede? Chi vivrà, se vorrà vedere, vedrà.  (A Ilde Battistin piace questo elemento)."
Facebook, 28 dicembre 2011.  Carlo Onofrio Gori: "Atroce dubbio: la C.I.A. (Central Intelligence Agency -Usa) ha forse trovato il sistema per indurre i tumori? Non sono né medico, né scienziato, ma ho sentito ora alla tv che anche Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, Presidente progressista dell'Argentina, dopo i leader (in attività o pensionati) latinoamericani "izquerdistas" Fidel Alejandro Castro Ruz (Cuba), Hugo Rafael Chávez Frías (Venezuela) e Luiz Inácio Lula da Silva (Brasile), ha un tumore...mah??!!
Maria Rosaria De Vivo. Già da molti anni i ricercatori inducono i tumori nelle cavie in modo da testare le relative terapie; quindi credo sia relativamente facile per la CIA, l'etica dei cui dipendenti è, in linea di massima, pari a zero, reclutare scienziati in grado di inoculare il gene del cancro negli esseri umani...pensare il peggio non è abbastanza quando si parla di questa gente (28 dicembre 2011 alle ore 14.17)
Carlo Onofrio Gori. In effetti è vero, e storicamente è stato più volte dimostrato, come la realtà spesso superi ogni impensabile fantasia!!! Ma qui la politica, sommata al numero, sembra fugare ogni "fantasa", certo non dimostrabile, ma facilmente (mala tempra currunt) intuibile...(28 dicembre 2011 alle ore 14.36)
Maria Paola Vannucchi. Certo che la coincidenza è strana. Che " mala tempora currunt" poi non ci sono dubbi! (28 dicembre 2011 alle ore 15.22)
Carlo Onofrio Gori: ...come diceva il vecchio Giulio A.(vivente): "a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci s'azzecca!" (28 dicembre 2011 alle ore 15.50)."
Historiablogori. Martedì, 17 febbraio 2009. "La notizia: Referendum in Venezuela, vince Chavez. Nessun limite alla sua rielezione.Il presidente potrà candidarsi tutte le volte che vorrà: «Abbiamo aperto le porte del futuro».Messaggio di congratulazioni di Fidel Castro." [...seguivano vari articoli di stampa...]
Carlo Onofrio Gori. Storia. Venezuela, America Latina. La vittoria di Chavez. Le cose non  vengono a caso e la storia spiega sempre qualcosa: le origini ed i perché della nuova vittoria di Chavez in Venezuela. Il Presidente del Venezuela Hugo Chávez è nato  a Sabaneta, Estado de Barinas il 28 luglio 1954 in una povera e numerosa famiglia.
All'età di diciassette anni si arruolò nell'Accademia Venezuelana di Arti Militari. Dopo la laurea in Scienza e Arti Militari Chávez si dedicò allo studio delle Scienze politiche all'Università Simon Bolívar di Caracas.
Negli anni Settanta-Ottanta Chavez si mise spesso in contrasto con le gerarchie politico-militari  non condividendo le azioni di repressione dell'Esercito, in quei tempi utilizzato in appoggio alla Polizia. Cominciò a allora a concepire la sua ideologia “Bolívariana” (una dottrina nazionalista di sinistra ispirata dalla filosofia Panamericanista del rivoluzionario venezuelano dell'800 Simón Bolívar, dall'influenza del presidente peruviano di sinistra generale Juan Velasco Alvarado e dal pensiero di vari ideologi comunisti e socialisti a cominciare da Marx e Lenin) che inizialmente fece proseliti all'interno delle Forze Armate, dando vita già dal 1983 al “Movimiento Bolívariano MBR-200”, costituito per la maggior parte dai cadetti usciti nel 1975 dal corso della scuola militare “Simón Bolívar” .
Tuttavia non si può capire davvero la radicalizzazione politica di Chavez, ed il consenso poi da lui ottenuto fra le masse venezuelane, se non ci si rifà ad una data: il 27 febbraio del 1989, giorno di una grande protesta popolare nella capitale Caracas contro le misure neoliberali del governo di Carlos Andres Perez. Quella immensa manifestazione terminò con uno dei peggiori eccidi della recente storia mondiale: il “Caracazo”. Un bagno di sangue con migliaia di morti, uomini, donne, bambini, vittime della brutale repressione poliziesca. Tra i vari responsabili anche un italo-venezuelano, Italo del Valle, all'epoca ministro della difesa del governo venezuelano.
Chavez promosso al grado di colonnello nel 1991, l'anno seguente, il 4 febbraio 1992, fu protagonista di un colpo di Stato militare che tentò di rovesciare il governo di Carlos Andrés Pérez. Il golpe fallì causando, secondo le voci ufficiali del Ministero della Difesa, 14 morti e 53 feriti e Chávez fu arrestato ed imprigionato. Il suo arresto suscitò un ampio movimento popolare che ne chiedeva la liberazione: riacquistò la libertà nel 1994 grazie a un'amnistia, ma dovette abbandonare le Forze Armate.
La sua ascesa politica cominciò a prendere corpo già durante gli anni nel carcere di Yare in Valles del Tuy. Chávez fondò il Movimento Quinta Repubblica. Chávez  e fu poi eletto alla Presidenza del Venezuela, nel 1998 grazie alle sue promesse di aiuto per la maggioranza povera della popolazione del Venezuela. E’ stato poi  rieletto nel 2000 e nel 2006.
In patria Chávez ha promosso le Missioni Bolívariane (« Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l'America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l'umanità » . Hugo Chávez, Discorso alla sessione per il 60° anniversario dell'ONU, 15 settembre 2005), i cui obiettivi sono quelli di combattere le malattie, l'analfabetismo, la malnutrizione, la povertà e gli altri mali sociali. In politica estera si è mosso contro  gli Usa di Bush sostenendo modelli di sviluppo economico alternativi, richiedendo la cooperazione dei paesi più poveri del mondo, specialmente di quelli sudamericani.
Chávez come leader della Rivoluzione Bolívariana promuove la sua visione di socialismo democratico-rivoluzionario, integrazione dell'America Latina e anti-imperialismo ed è inoltre oggi ("Cuando, por la gracia de Dios, vemos el comienzo de la caída del imperio", ha detto) un critico implacabile della globalizzazione neoliberista e della politica estera Usa. 
Questa vittoria di Chavez, segue di pochi giorni quella clamorosa del Presidente boliviano Evo Morales, suo amico e compagno di lotta, che nel referendum del 26 gennaio 2009 ha visto approvato col quasi il 60 per cento dei voti, il suo progetto di nuova Costituzione in fondata sulle autonomie dei popoli indigeni e lo Stato come motore dell'economia, in linea con l' "onda rossa" che percorre il Sudamerica da anni recenti. Ma anche su questi importanti aspetti della nuove realtà dell’America latina ci soffermeremo in prossimi post."
                                                                                                                                     
                                                                                    
                                                                            


                                                      COG       




Ricevo da FB e volentieri pubblico   il 19.01.2013  
El pueblo venezolano consciente del momento histórico que ha venido asumiendo en el proceso revolucionario bolivariano, hoy más que nunca, se encuentra en las calles organizado y movilizado en la defensa del bien más preciado que hemos reconquistado después de 200 años: La independencia Nacional
Por tal motivo el próximo 23 de enero, demostrará una vez más al mundo entero la recuperación de la soberanía popular que, en otrora, fue secuestrada por el punto fijismo (las élites de la derecha apátrida) y las falacias de la democracia neoliberal y representativa. El pueblo venezolano junto a la Constitución de la República Bolivariana de Venezuela de 1999, que garantiza un “Estado democrático y social de Derecho y de Justicia, que propugna como valores superiores de su ordenamiento jurídico y de su actuación, la vida, la libertad, la justicia, la igualdad, la solidaridad, la democracia, la responsabilidad social y en general, la preeminencia de los derechos humanos, la ética y el pluralismo político” (Art. 2).
Se mantendrá en pie de lucha, para hacer respetar la Constitución y la estabilidad de las Instituciones del Estado Venezolano, y sobre todo, el respeto al derecho irrenunciable de la soberanía popular, a través del cual resultó electo, el 7 de octubre del 2012, el Presidente Hugo Rafael Chávez Fría.
De igual manera el 16 de Diciembre, la soberanía popular se expresó contundentemente a favor de los gobernadores de la patria y chavistas. Sobre este escenario de victorias y de apuesta por la mayor suma de felicidad posible y al camino del socialismo bolivariano del siglo XXI; los factores punto fijistas, apátridas, y fascistas quieren atentar contra la voluntad popular, como sucedió en los tiempos de la IV República.
Estos factores punto fijistas, hoy quieren acudir a viejos guiones de desestabilización orquestados desde los ámbitos internacionales, refugiándose nuevamente en los grupúsculos de “manitas blancas” o algunos estudiantes de derecha que se inclinan por el no respeto a la Constitución, por la violencia, y el desconocimiento de la soberanía popular, que para el dolor de ellos, intransferiblemente reside en el pueblo y no en los factores oligárquicos que estuvieron acostumbrados a vender la patria y excluir al pueblo de todas las esferas del desarrollo nacional.
Pero hoy, el pueblo venezolano, en su búsqueda del empoderamiento político y el ejercicio de la autodeterminación, la libertad, la independencia, y el valor supremo hacia la construcción de la nueva sociedad socialista; expresa y expresará, ante cualquier acontecimiento, la contundente fuerza de la verdadera democracia participativa y los logros de la revolución bolivariana como la inclusión social, la unión cívico-militar, el poder popular, la soberanía nacional, entre otros, y saldrá al paso ante los deseos frustrados de los puntofijistas y apátridas que no conciben un 23 de enero como la democracia plena y del pueblo ejerciendo la soberanía.
Junto a las presentes e históricas orientaciones y lineamientos de nuestro máximo líder de la revolución bolivariana el Comándate Chávez, el proceso revolucionario bolivariano lleno de pueblo dejará bien claro, este 23 de enero, donde está la verdadera democracia popular, dejará bien claro que el pueblo en este proceso es gobierno, dejará bien claro que hay un Estado con instituciones sólidas, dejará bien claro que hay un pueblo unido entorno a la emancipación social y al amor de un líder histórico, dejará bien claro que el pueblo está activo y movilizado en la calle, dejará bien claro que ¡en Venezuela la soberanía popular se respeta!
Escrito por Carlos Rangel                                                                

lunedì 24 dicembre 2012

C.O. Gori. Politica. Uruguay. "Pepe" Mujica, un vero Presidente


"Pepe" Mujica, il Presidente...ma dell'Uruguay...

Auguri di Buon Natale e Buone Feste al Presidente "Pepe" Mujica. 
Purtroppo per noi....non è italiano, come il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che malgrado la crisi economica che colpisce soprattutto i ceti popolari...s'è aumentato lo stipendio (vd. link), ma è il Presidente della Repubblica dell'Uruguay, dove, tra l'altro, circa la metà della popolazione, come del resto nella vicina Argentina, è d'origine italiana. 
Mujica devolve gran parte del suo stipendio ai poveri, vive in una modesta casa di Montevideo invece che nel palazzo presidenziale dove ha fatto anche ospitare alcuni sfrattati della Capitale-metropoli di Montevideo, non ha auto blu, ma guida personalmente il suo vecchio "maggiolino", ecc. ecc. 
Quando lo sono venuto a sapere, mi sono documentato ed è, incredibilmente, vero! 
Mujica ha tra l'altro affermato: "Mi chiamano il presidente più povero del mondo, ma io non mi sento povero. I poveri sono coloro che lavorano solo per cercare di mantenere uno stile di vita costoso e vogliono sempre di più. E’ una questione di libertà. Se non si dispone di molti beni allora non c'è bisogno di lavorare per tutta la vita come uno schiavo per sostenerli, e si ha più tempo per se stessi." 
Ma Pepe è stato in gioventù tupamaro, dirà qualche provinciale "moderato" benpensante italiano con la puzza al naso, (a me ciò non fa alcun "senso": Pepe ha lottato con i mezzi che allora gli erano consentiti per la giustizia sociale del suo popolo ed è stato anche in galera...tanto di cappello!!!) ed io risponderei a questa suddetta eventuale e misera obiezione con un bel: "ecchissenefrega"....oggi, qui, contano i fatti!!! 
Bravo "Pepe", di nuovo tanti Auguri a Te ed al tuo Popolo!!!
....Oggi come oggi lui dimostra che si può far politica anche così, "nel" popolo e "col popolo. Quanta differenza dai "nostri" politici!!!

                                                                 Carlo Onofrio Gori



Chi è Pepe Mujica, il "nostro" Presidente. Da it.Wikipedia: 


"José Alberto "Pepe" Mujica Cordano (Montevideo, 20 maggio 1935) è un politico uruguaiano, conosciuto pubblicamente come Pepe Mujica, Senatore della Repubblica e Presidente. Il suo mandato è iniziato il 1º marzo 2010.
Con un passato da guerrigliero ai tempi della dittatura, è stato eletto come deputato, senatore ed infine tra il 2005 ed il 2008 ha ricoperto la carica di ministro "de Ganadería, Agricultura y Pesca". È stato il leader della corrente del Movimento di Partecipazione Popolare, settore maggioritario del Frente Amplio delle sinistre fino alle sue dimissioni avvenute il 24 maggio 2009. Il 30 novembre 2009 ha vinto le elezioni presidenziali, battendo al ballottaggio Luis Alberto Lacalle.
Dal 2005 è sposato con la senatrice leader storico del MPP Lucia Topolansky a seguito di una lunga convivenza. È vegetariano.
Mujica riceve dallo stato uruguaiano un appannaggio di 12.000 dollari al mese per il suo lavoro alla guida del paese, ma ne dona circa il 90% a favore di Organizzazioni non governative ed a persone bisognose. La sua automobile è un Maggiolino degli anni '70. Vive in una piccola fattoria nella periferia di Montevideo. Il resto del suo stipendio è circa di 1.500 dollari; in un'intervista il presidente ha dichiarato: "Questi soldi mi devono bastare perché ci sono molti Uruguaiani che vivono con molto meno!"
                                                      

http://it.ibtimes.com/articles/39060/20121130/napolitano-si-aumenta-lo-stipendio.htm


20/6/12
Texto del discurso pronunciado por José Mujica, Presidente de la República del Uruguay, en la cumbre Río+20

Autoridades presentes de todas la latitudes y organismos, muchas gracias. Muchas gracias al pueblo de Brasil y a su Sra. Presidenta, Dilma Rousseff. Muchas gracias a la buena fe que, seguramente, han manifestado todos los oradores que me precedieron.
Expresamos la íntima voluntad como gobernantes de acompañar todos los acuerdos que, esta, nuestra pobre humanidad, pueda suscribir.
Sin embargo, permítasenos hacer algunas preguntas en voz alta. Toda la tarde se ha hablado del desarrollo sustentable. De sacar las inmensas masas de la pobreza.
¿Qué es lo que aletea en nuestras cabezas? ¿El modelo de desarrollo y de consumo, que es el actual de las sociedades ricas? Me hago esta pregunta: ¿qué le pasaría a este planeta si los hindúes tuvieran la misma proporción de autos por familia que tienen los alemanes?
¿Cuánto oxígeno nos quedaría para poder respirar? Más claro: ¿Tiene el mundo hoy los elementos materiales como para hacer posible que 7 mil u 8 mil millones de personas puedan tener el mismo grado de consumo y de despilfarro que tienen las más opulentas sociedades occidentales? ¿Será eso posible? ¿O tendremos que darnos algún día, otro tipo de discusión? Porque hemos creado esta civilización en la que estamos: hija del mercado, hija de la competencia y que ha deparado un progreso material portentoso y explosivo. Pero la economía de mercado ha creado sociedades de mercado. Y nos ha deparado esta globalización, que significa mirar por todo el planeta.
¿Estamos gobernando la globalización o la globalización nos gobierna a nosotros? ¿Es posible hablar de solidaridad y de que “estamos todos juntos” en una economía basada en la competencia despiadada? ¿Hasta dónde llega nuestra fraternidad?
No digo nada de esto para negar la importancia de este evento. Por el contrario: el desafío que tenemos por delante es de una magnitud de carácter colosal y la gran crisis no es ecológica, es política.
El hombre no gobierna hoy a las fuerzas que ha desatado, sino que las fuerzas que ha desatado gobiernan al hombre. Y a la vida. Porque no venimos al planeta para desarrollarnos solamente, así, en general.
Venimos al planeta para ser felices. Porque la vida es corta y se nos va. Y ningún bien vale como la vida y esto es lo elemental. Pero si la vida se me va a escapar, trabajando y trabajando para consumir un “plus” y la sociedad de consumo es el motor, -porque, en definitiva, si se paraliza el consumo, se detiene la economía, y si se detiene la economía, aparece el fantasma del estancamiento para cada uno de nosotros- pero ese hiper consumo es el que está agrediendo al planeta. Y tienen que generar ese hiper consumo, cosa de que las cosas duren poco, porque hay que vender mucho. Y una lamparita eléctrica, entonces, no puede durar más de 1000 horas encendida. ¡Pero hay lamparitas que pueden durar 100 mil horas encendidas! Pero esas no se pueden hacer porque el problema es el mercado, porque tenemos que trabajar y tenemos que sostener una civilización del “úselo y tírelo”, y así estamos en un círculo vicioso.
Estos son problemas de carácter político que nos están indicando que es hora de empezar a luchar por otra cultura.
No se trata de plantearnos el volver a la época del hombre de las cavernas, ni de tener un “monumento al atraso”. Pero no podemos seguir, indefinidamente, gobernados por el mercado, sino que tenemos que gobernar al mercado.
Por ello digo, en mi humilde manera de pensar, que el problema que tenemos es de carácter político. Los viejos pensadores –Epicúreo, Séneca o incluso los Aymaras- definían: “pobre no es el que tiene poco sino el que necesita infinitamente mucho, y desea más y más”. Esta es una clave de carácter cultural.
Entonces, voy a saludar el esfuerzo y los acuerdos que se hacen. Y los voy acompañar, como gobernante. Sé que algunas cosas de las que estoy diciendo, “rechinan”. Pero tenemos que darnos cuenta que la crisis del agua y de la agresión al medio ambiente no es la causa.
La causa es el modelo de civilización que hemos montado. Y lo que tenemos que revisar es nuestra forma de vivir.
Pertenezco a un pequeño país muy bien dotado de recursos naturales para vivir. En mi país hay poco más de 3 millones de habitantes. Pero hay unos 13 millones de vacas, de las mejores del mundo. Y unos 8 o 10 millones de estupendas ovejas. Mi país es exportador de comida, de lácteos, de carne. Es una penillanura y casi el 90% de su territorio es aprovechable.
Mis compañeros trabajadores, lucharon mucho por las 8 horas de trabajo. Y ahora están consiguiendo las 6 horas. Pero el que tiene 6 horas, se consigue dos trabajos; por lo tanto, trabaja más que antes. ¿Por qué? Porque tiene que pagar una cantidad de cuotas: la moto, el auto, y pague cuotas y cuotas y cuando se quiere acordar, es un viejo reumático –como yo- al que se le fue la vida.
Y uno se hace esta pregunta: ¿ese es el destino de la vida humana? Estas cosas que digo son muy elementales: el desarrollo no puede ser en contra de la felicidad. Tiene que ser a favor de la felicidad humana; del amor arriba de la Tierra, de las relaciones humanas, del cuidado a los hijos, de tener amigos, de tener lo elemental.
Precisamente, porque ese es el tesoro más importante que tenemos, la felicidad. Cuando luchamos por el medio ambiente, tenemos que recordar que el primer elemento del medio ambiente se llama felicidad humana.

Publicadas por Jesus Hubert a la/s 22:38




Susan HartjesChiara Martinelli  Francesca Logli   Luisa Rossini Manrico DucceschiIlde Battistin Vallero Fagioli  Marco Fedi piace questo elemento.3 condivisioni
Carlo Onofrio Gori scrive Filomena Pavese: Filomena Pavese Grazie di  Gli uomini come di Divino comanda si riconoscono dalle buone azioni.....