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martedì 14 febbraio 2017

Storia di un garibaldino di Bezzecca 1866

Storia di un garibaldino di Bezzecca 1866 E’ da vario tempo che mi occupo di Giuseppe Civinini, per cui ho maneggiato un po' le sue carte , come quelle di altri personaggi pistoiesi del Risorgimento e ritengo che forse Civinini sia da considerarsi il personaggio più rappresentativo del Risorgimento pistoiese soprattutto per i molteplici piani su cui seppe, pur avendo una vita molto breve, ben muoversi.
Venendo al Civinini del 1866 a Bezzecca, ricordo che iniziai il mio primo articolo su Civinini proprio partendo da quel periodo facendo riferimento al garibaldino Giuseppe Guerzoni che così ricorda la battaglia di Bezzecca, unica vittoria italiana nella mal condotta guerra del '66: “La strada di Triarno è tempestata di proiettili nemici e Garibaldi è il più cercato bersaglio. I suoi aiutanti Cairoli, Albanesi, Damiani, Miceli, Coriolato e Civinini gli fanno scudo con i loro corpi” (1) Troviamo quindi Civinini proprio nel bel mezzo del fatto d’armi trentino del 21 luglio 1866, poi, anche giustamente, registrato nel senso storico nazionale, come famosa e vittoriosa battaglia. Civinini era stato segretario di Garibaldi ad Aspromonte e nella prigionia al Varignano, il sopra ricordato Giuseppe Guerzoni era segretario di Garibaldi poco prima che iniziasse la guerra del ‘66, ma per una fuga di notizie da Caprera, relativa alla possibile spedizione garibaldina in Dalmazia, fu giubilato proprio per questa fuga di notizie. Un'altra cosa importante che riguarda Garibaldi, Civinini e questa battaglia è la grossa daga che si trova e si può osservare in Sala II della Biblioteca Forteguerriana appartenuta ad un guastatore austriaco e regalata da Garibaldi a Civinini evidentemente per sdebitarsi con l’amico. Nel 1866 Civinini aveva 31 anni ed era da pochi mesi deputato pistoiese al Parlamento nazionale e pur essendosi opposto ad una guerra che -disse lui- dava intero il paese a La Marmora e ai suoi compari che daranno all'Italia una seconda Novara (e ci andò vicino) aveva sentito il dovere di arruolarsi, al contrario ad esempio del Carducci, a quel tempo professore a Bologna, che aveva scritto “guerra ai tedeschi, immensa eterna guerra” (intendendo ovviamente gli austriaci e non i prussiani) e che non si era sognato né ora, né nel '59 di partire. Anche questo spiega l'uomo Civinini che nella sua intensa vita ebbe a rivestire vari ruoli: cospiratore mazziniano, ufficiale garibaldino, massone, giornalista, direttore noto, abile e polemico, politico e deputato appassionato e discusso, figura di primo piano del movimento democratico della Sinistra risorgimentale ed infine esponente della Destra ricasoliana. Una personalità indubbiamente complessa, non priva di evidenti contraddizioni e che tuttavia, elevandosi dall'ambito pistoiese ad una dimensione nazionale, attraversa gli anni della formazione dello Stato Unitario se non da protagonista non certo da anonima comparsa. Civinini venne nel tempo, in varie ed alterne circostanze, onorato in Pistoia e ricordo l'ultimo appuntamento a cui ho partecipato nel febbraio-marzo 2012 alla Villa di Scornio dove si svolse il Convegno sui “Busti ritrovati” (2);tra l'altro in quell’occasione vennero ricordati anche i due “busti ritrovati” di Civinini: uno opera di Adelaide Pandiani che raffigurava Civinini in divisa di garibaldino e l'altro di Civinini in divisa da deputato (in divisa tra virgolette, naturalmente), scultura pronta per il monumento funebre.
Anche questo ci riporta alla narrazione del Risorgimento; c'è stata una narrazione ( ma storytelling purtroppo sovente si preferisce dir oggi all’inglese…) trionfalisticamente “edulcorata” ed “unitaria” che è passata nella cultura media italiana dalla fine del Risorgimento e che ha riguardato soprattutto le classi medio-borghesi (è inutile che ricordi il libro Cuore su cui alle elementari si sono formati in tanti di quelli presenti qui, stasera, che hanno qualche anno sul groppone). Una “religione-laica”, però aperta sempre più, soprattutto dopo il Concordato, anche ai cattolici, e che quindi è passata anche attraverso il fascismo - sebbene nel fascismo ci fossero due correnti: una, la maggioritaria e debitrice nei confronti della monarchia sabauda , che si vedeva come vera e autentica continuatrice del Risorgimento “unitario” e l'altra invece, (soprattutto proveniente dalla parte originariamente futurista del movimento), di rottura con tutta l’Italia prefascista e quindi anche col Risorgimento “unitario”, parte di questa tendenza tornata alla ribalta nel ’43-’45, esaltata dalla propaganda repubblicana della RSI sia nei proclami di . F.T. Marinetti a Salò, che nei manifesti “mazziniani” di Boccasile). Una “religione laica” del Risorgimento (ovviamente utile politicamente a molti a fine propagandistico e altrettanto ovviamente diversa e più complessa per gli storici, i cosiddetti “addetti ai lavori”) corroborata anche sul fronte opposto dall’impegno pluralista contro il nazi-fascismo durante la Resistenza ( anche qui ovviamente con le dovute differenze: ad es. la famosa partigiana “Brigata Maiella” comandata da Ettore Troilo che dall’Abruzzo risalì poi combattendo a fianco degli Alleati e del ricostituito Regio Esercito fino alla Gotica e alla liberazione di Bologna, fermamente rifiutò per le idee socialiste e mazziane dei suoi componenti l’offerto inquadramento ufficiale in quest’ultimo). Una “religione laica unitaria” del Risorgimento che ebbe una ripresa, malgrado la rottura politica e il Garibaldi del Fronte Popolare, nei governi a guida democristiana del dopoguerra fino al 1961, anno dell’ufficiale e trionfale celebrazione del primo  Centenario dell'Unità d'Italia e che poi, via via, confrontandosi con una realtà sociale mutata e criticamente mutevole e con,  nello specifico, più frequenti  revisioni storiche sovente “di parte”, (dal “risorgimento tradito” del radicalismo democratico, passando poi per i “rimpianti federalistici” dei repubblicani autonomisti contro l’ ”annessione piemontese”, il mai cessato risentimento anti-massonico e anti-laico dei cattolici integralisti e per finire alle sempre più frequenti nostalgie neo-borboniche dall’altra), è andata scemando fin quasi ad esaurirsi. Ecco perché anche qui a Pistoia il busto del Civinini era finito poi, come tante altre sculture “minori” ed iconografie di oggetto risorgimentale, dalle sale e dai corridoi dei  palazzi che li esponevano, nelle loro cantine dove poi nel 2011 (anche per l’impulso dato in precedenza in tal senso dai Presidenti del Consiglio Spadolini e Craxi, a dai Presidenti della Repubblica Ciampi e Napolitano) sono stati, giustamente, proprio perché “ripuliti” da tutta la precedente patina retorica, oggi “ritrovati” anche qui a Pistoia. Ma ora ripassiamo un attimo la figura del Civinini e poi torniamo a Bezzecca. Civinini nasce a Pisa nel 1835 e nel '44 purtroppo muore il padre Filippo, pistoiese, noto medico e professore nell’Ateneo Pisano e Giuseppe torna a Pistoia con la madre Gioconda Marini e la sorella Giulia. La famiglia era quindi una famiglia borghese fino alla morte del capofamiglia abbastanza agiata. Civinini si mostra molto precoce: a 15 anni aderisce alla Giovane Italia ed è ricercato per questo dalla Polizia Granducale e si rifugia da solo a Liverpool e poi a Genova; viene estradato in Toscana e viene incarcerato; tiene testa agli interrogatori e gli inquirenti sono costretti a rilasciarlo. Seguono sette anni di intensa attività cospirativa che lo vedono alternarsi tra Toscana e Piemonte, ospite frequente sia delle carceri granducali sia di quelle del Regno Sardo. Incontra in questo periodo vari personaggi, anche pistoiesi come il mazziniano Francesco Franchini, altro personaggio pistoiese interessante, e a Firenze dove conosce i fratelli Bianchi della tipografia Bianchi e Barbèra ed è poi sospettato di appartenere alla rete del pratese Pietro Cironi. A Firenze è aiutato dalla marchesa Lucrezia Firidolfi, moglie del Barone Ricasoli e anche ciò avrà un peso nel successivo cambiamento politico. Poi con il mazziniano Maurizio Quadrio prepara senza successo una insurrezione a Livorno nel 1857. Ma due amicizie che contano sono con personaggi che diverranno esponenti di primo piano della Massoneria italiana e che avranno un peso fondamentale nelle sue scelte; quella col repubblicano lucchese Antonio Mordini e quella col livornese amico di Mazzini, Antonio Lemmi, poi definito il “banchiere del Risorgimento”. Civinini segue Lemmi per due anni, prima in Svizzera e poi a Costantinopoli, come istitutore dei suoi figli. Intanto nel 1859, anno della guerra austro-franco-piemontese, un sollevamento caccia il granduca Leopoldo II ed un plebiscito, sotto la regia di Ricasoli, sancisce l'annessione della Toscana al Regno sabaudo. Come si sa, i plebisciti erano quasi tutti  in sostanza, “falsi”:  qui in Toscana  giravano fra l'altro delle pesanti minacce, soprattutto col  motto: “regno separato, legno assicurato” intendendo con la sineddoche “legno” la cassa da morto, evidentemente destinata a chi non avesse votato per l’annessione: ne’ fatti il voto non era poi tanto segreto… Nel '60 Civinini, superata ormai l'intransigenza mazziniana, inizia la sua fase garibaldina; lascia il Bosforo e raggiunge nel giugno il Generale che gli affida incarichi nell'intendenza dell'esercito, dove si distingue per competenza e correttezza. Stretto collaboratore e poi segretario di Garibaldi lo segue nel '62 in Aspromonte e ne condivide la prigionia al Varignano e poi l'esilio a Caprera. In questo periodo fu una firma nota del giornalismo politico. Già da mazziniano aveva esordito a Genova, collaborando a «L'Italia del popolo» e a Cuneo alla «Sentinella delle Alpi». A Torino Civinini diventa redattore e poi direttore della voce del partito garibaldino, il giornale «Il diritto», di proprietà dell'amico Lemmi e si affilia alla loggia massonica Dante Alighieri, dove trova, fra gli altri, Agostino De Pretis, Saffi e Mordini. Dopo Aspromonte Civinini si avvicina alle posizioni legalitarie di quella parte dei democratici – Crispi, Bargoni, Mordini, Lazzaro ecc.- che di lì a poco verranno inizialmente sconfessati da Garibaldi e in sintonia con Crispi afferma che “la guerra che noi vogliamo ora Civinini, il Parlamento e fuori non può vincersi a scoppiettate - riferendosi ad Aspromonte - finirà soltanto quel giorno in cui il re d'Italia salirà sul Campidoglio”
Con la Convenzione di Settembre ed il trasferimento della Capitale a Firenze, insieme a Crispi, Civinini si oppone allo spostamento, entrando in attrito con l'amico Mordini e giocoforza sposta poi la sede del giornale «Il diritto» in Toscana.
Conosciuto ormai in tutto il paese per la sua attività giornalistica e politica è candidato in più collegi a livello nazionale per la IX Legislatura. Civinini viene eletto a Pistoia nel ballottaggio delle elezioni suppletive nel Collegio di Pistoia II con 337 voti, contro i 317 del moderato Giovanni Camici appoggiato da «La Nazione», giornale della consorteria di Ricasoli e Minghetti. Le cifre confermano come il suffragio e la politica parlamentare fossero allora appannaggio di pochi istruiti e lo saranno ancora per molto anche sotto la Sinistra parlamentare. Tuttavia Civinini, al contrario del suo avversario, presenta un programma elettorale e viene appoggiato da un manifesto dei non aventi diritto al voto che erano naturalmente più numerosi dei votanti. Torniamo così al 1866, un anno fondamentale per Civinini e anche per la Sinistra parlamentare. Ci sono alcuni argomenti sul tappeto politico: una valutazione della Sinistra circa la questione romana, la liberazione del Veneto a fronte della proposta di alleanza prussiana, una grossa crisi finanziaria statale per il debito pubblico che il nuovo Stato si era trovato a sostenere, accollandosi i debiti degli Stati preesistenti con le annessioni; poi si cercò di mettere una toppa al disastro finanziario statale ricorrendo al corso forzoso della lira. Nelle prese di posizione dei vari esponenti su questi temi si accentra il processo di disgregazione della Sinistra parlamentare rimasta spesso in bilico tra l'ala legalitaria e quella rivoluzionaria. Civinini si oppone fieramente alla guerra -come si diceva- perché gestita dal governo di Destra e rimprovera i suoi compagni, questa volta, di sacrificare la Libertà all'Unità, provocando su questo una prima clamorosa rottura col Crispi che aveva appoggiato il corso forzoso ed era stato poi relatore del disegno di legge per la tutela della sicurezza interna dello Stato, votando insieme alla Destra, naturalmente. Già nel suo primo discorso parlamentare nella tornata del 3 marzo 1866, a fronte degli argomenti di finanza e guerra, riguardo all'interpellanza Pepoli e e al successivo intervento di un suo compagno di schieramento che invitava invece a pensare al risanamento finanziario e non alla guerra, Civinini si dichiarava moderatamente possibilista sulla guerra ma per fare soprattutto gli interessi italiani e non principalmente quelli prussiani, come invece gli appariva; mentre era preoccupato soprattutto del fatto che la Destra reazionaria, quella piemontese, di La Marmora e anche del Re, con la scusa della guerra inducesse il Parlamento ad approvare misure liberticide. Disse poi che non voleva sentire parlare di guerra fintanto che non fossero stati i democratici, divenuti padroni del governo, a dichiararla e attuarla. In seguito ai forti dissensi nella Sinistra – si è detto di quelli con Crispi- Civinini è costretto a lasciare la direzione de «Il diritto» e fonda «Il nuovo diritto» non prima di generare un rimescolamento politico che favorirà sempre più frequenti intese fra Destra liberale e Sinistra moderata e che preluderà, dopo l'avvento della Sinistra – ma molti anni dopo – al “certificato” trasformismo, quello depretisiano degli anni successivi.
Le operazioni belliche progettate nel 1866 previdero da parte del governo , com’era avvenuto anche con “Cacciatori delle Alpi” nella guerra del 1859, e la concessione  a Garibaldi di reclutare un corpo ausiliario di volontari da dislocare come  base di partenza  sul Garda e da gettare in azione diversiva su una parte apparentemente secondaria del fronte, (ai volontari questa volta era stato tra l’altro permesso di indossare come divisa l’amata camicia rossa), da affiancare all'esercito regolare, nel quale ora militano come generali “sabaudi” molti vecchi collaboratori di Garibaldi, vedono dissenziente per le succitate ragioni una parte non irrilevante della Sinistra repubblicana. Tuttavia alla fine molti democratici, sia delle correnti degli “irriducibili, sia delle correnti più “possibiliste” finiscono per arruolarsi: Alberto Mario ed altri raggiungono sul Garda il Generale e fra questi anche Civinini che riprende posto nello Stato maggiore garibaldino. Tutte le sue lettere, a partire da questo momento, sono infatti intestate “Stato Maggiore” e “Corpo di Stato Maggiore”.
E veniamo finalmente un po' a vedere Civinini in questi frangenti della guerra del '66. Ho cercato di mettere insieme e confrontare le lettere scritte e ricevute, in quei giorni da Civinini con il cronoprogramma degli avvenimenti logistico e bellici ordinati da Garibaldi e dai suoi volontari. Si sa che la prevista campagna garibaldina gardesana- trentina non era facile, che partirono 38mila volontari, ma parecchi erano ancora a Bari alla fine delle ostilità (perché gli arruolamenti avvenivano un po’ in tutta Italia e quelli di Bari quindi non arrivarono mai). La campagna non è che si presentasse facile, sebbene, come già accennato, il fronte garibaldino, tutto sommato, rispetto al teatro principale di questa “strana guerra”  - preceduta da contraddittorie e frenetiche trattative diplomatiche –alla fine evidentemente abortite –  fosse considerato secondario. Perché, diciamolo francamente, i prussiani, nel caso della prevista vittoria sull’Austria, il Tirolo all’Italia non glielo avrebbero mai concesso perché territorio facente parte della Confederazione tedesca e perciò non sottoposto a trattativa infatti il Trentino allora si chiamava Sud Tirolo o Tirolo italiano, mentre il Tirolo cominciava a Bolzano ed andava fino ad Innsbruck mentre com’è noto, l’Austria denominava ancora ufficialmente nel 1866, il suo territorio “italiano” malgrado la Lombardia fosse stata persa col ’59 “Regno Lombardo-Veneto” per la presenza in esso della lombarda Mantova, fortezza del Quadrilatero e della riva sinistra del Mincio e quindi il cosiddetto “Königreich Lombardo-Venetien” formalmente per l’Austria cesserà di esistere solo nel 1866 con l'annessione del Veneto, della provincia di Mantova e del Friuli al Regno d'Italia sancita dal Trattato di Vienna. Per arrivare alla “frontiera naturale” del Brennero, occorrerà quindi all’Italia affrontare un’altra guerra, quella del 1915-18, finita con la disgregazione generale delle monarchie imperiali tedesche.
Tornando alle operazioni belliche gardesano-trentine notiamo che il 20 giugno Garibaldi pone il suo quartier generale a Salò, sulla riva bresciana del Garda dove dispone, fra l'altro, anche di una piccola flotta lacustre (ben poca cosa rispetto ai battelli armati austriaci che erano sul Lago) formata soprattutto da marinai anconetani e livornesi. A proposito dei livornesi, questo mi fa pensare ad un mio vecchio articolo sul trasferimento a Therensienstadt dei prigionieri del 1848 che arrivarono a Linz e trovarono sul Danubio proprio i battelli guidati dai livornesi. Si vede che i nostri corregionali labronici erano marinai esperti anche di acqua dolce2. (3)
Civinini, dalle lettere che ho potuto consultare io, non mi sembra che avesse molta voglia di presentarsi a questa guerra, cioè che lo dovesse fare per il suo prestigio militare garibaldino e la sua  posizione nella sinistra democratica, ma in cuor suo “politicamente” non ne avesse molta voglia. Intanto Garibaldi stabilisce il suo Quartier generale il 20 giugno presso Salò e il 23 giugno Civinini si  attarda ancora a Firenze da dove scrive una lettera alla madre; raggiunge poi Torino il 24 giugno, quando in concomitanza con la battaglia di Custoza i garibaldini occupano il Monte Suello e il posto di dogana presso Ponte Caffaro dove c'era il confine. Civinini è quindi a Torino, dove aveva amicizie per la sua attività giornalistica precedente e da dove scrive una lettera all'amico pistoiese Celestino Antonini. Giunge sul lago di Garda e ritorna a far parte dello Stato maggiore solo il 25 giugno, quando scrive una lettera alla moglie Antonietta Klein (quindi con giorni di ritardo dall'insediamento del Quartier generale garibaldino), poi da Lonato del Garda, scrive soprattutto a Celestino Antonini, a Elio Babbini, che era suo collaboratore ne «Il diritto», a Milziade Battaglini, che lui ritrova lì, poi ad Adriano Lemmi.
Intanto il 14 luglio Garibaldi insedia il Quartier generale avanzato a Storo. E' difficile l'avanzata garibaldina, il fronte è secondario ed avanza dal basso (chi sa un poco di cose militari che nelle vicende belliche montane chi parte di sotto parte svantaggiato); quelli schierati nella parte superiore del fronte erano soprattutto tirolesi che conoscevano bene il territorio e avevano armi migliori. Quindi anche se erano in numero superiore all’avversario non erano certi i 38mila previsti (i garibaldini impiegati effettivamente sul terreno molti meno), partivano svantaggiati. Il Quartier generale a Storo era nella parte del Tirolo trentino, dove nell'ospedale di Storo, morirà il garibaldino Spinelli di Larciano.
Civinini segue, dal momento che arriva lì, tutto quello che fa Garibaldi divenendone praticamente quasi una guardia del corpo.
Civinini che in precedenza aveva scritto alla sorella, dicendo – siccome sembrava che  suo cognato volesse partecipare alla guerra- di farlo restare a casa, scrive alla madre da Storo: “Sapeste che ieri l'altro abbiamo avuto un combattimento piuttosto serio – si riferisce al combattimento di Condino del 16 luglio - . Spero proprio che questa maledetta guerra finisca, perché io non ho più venti anni, tra l'altro. Ieri ho trovato Milziade Battaglini e abbiamo fatto colazione insieme” (4) (il Battaglini era rimasto ferito). Poi arriviamo al 21 luglio, alla battaglia di Bezzecca, e il 31 luglio viene proclamata la tregua d'armi; Civinini rimane poi in attesa del congedo a Brescia e il 17 settembre c'è la pace tra Italia e Austria. A Brescia rimane fino all'11 settembre, poi scrive alla madre, il 15 settembre da Firenze. Scrive molto però alla Klein, la moglie francese alsaziana (ci vorrebbe molto tempo per leggere quelle lettere, perché sono tante e sono scritte in francese né Civinini né sua moglie hanno una bella grafia).
Questa è l'impressione mia sul deputato  Civinini rispetto a quello che ho potuto trovare sul suo impegno bellico di questo 1866: dimostrare anche con accenti eroici – il coraggio non gli mancava – che pur senza intima convinzione, il suo dovere di militare garibaldino l'aveva comunque fatto, qualunque avrebbero potuto esser le sue scelte politiche successive. Non a caso quando verrà in visita Garibaldi l'anno dopo, nel 1867, a Pistoia, il deputato pistoiese al parlamento di Firenze Capitale, Giuseppe Civinini
si noterà proprio per la sua assenza nella sua città, quando sua sorella Giulia Civinini Arrighi era in primo piano nei festeggiamenti cittadini al Generale..
L'accentuarsi dei dissidi nella Sinistra, soprattutto il contrasto col vendicativo  sempre potente Francesco Crispi, inducono infatti Civinini a fare il salto a Destra, cambiando schieramento. Come ho già detto secondo me già prima e durante la guerra del 1866 matura questo suo nuovo atteggiamento e subito dopo la guerra appoggia il governo Ricasoli, nel quale vede un baluardo contro la reazionaria Destra piemontese della Permanente, apprezzando in particolare la politica del Barone volta ad introdurre il decentramento amministrativo, considerato da Civinini uno dei principi fondamentali del liberalismo. Anche la vecchia amicizia col Barone , dovuta agli anni giovanili quando si era rifugiato in casa Ricasoli a Firenze presso la moglie, spiega questa svolta politica maturata nella seconda metà del '66 e clamorosamente evidenziatasi nel '67, quando Civinini si candida di nuovo a Pistoia, ma questa volta con la Destra ricasoliana e viene rieletto al Parlamento.
La vicenda politica di Giuseppe Civinini praticamente si concluderà poi con il suo coinvolgimento nella clamorosa faccenda della Regìa dei tabacchi; questo è proprio un giallo politico e infatti Levi Sandri, colui che ha fatto più chiarezza sul ruolo di Civinini scagionandolo, scrisse un libro negli anni '80 intitolato proprio Il giallo della Regia (5) 4Questo è un capitolo a sé, tra attentati ed intrighi nella Capitale sull’Arno che tralascio di descrivere qui, però ci serve per descrivere e delineare il suo comportamento in quei politicamente oscuri frangenti: in quel Parlamento dove era stato eletto, Civinini nel 1868 approvò su proposta del ministro Crambray-Digny la concessione della privativa per la fabbricazione dei tabacchi a una regìa cointeressata, costituita da una società di capitalisti italiani ed esteri. Il voto su questa concessione ci dà il quadro in quel momento di come erano gli schieramenti. Votarono a favore la Destra governativa e la Sinistra possibilista del Terzo partito di Mordini; si opposero il gruppo di Rattazzi, la Permanente, cioè la Destra piemontese (Lanza e Sella), la Sinistra del Crispi e la Sinistra radicale di Bertani. Quindi si evidenzia la frammentazione che porterà poi a percorsi trasversali tra Destra e Sinistra. Mentre si faceva oppressiva la pressione fiscale dello Stato sulle masse popolari, si rafforzarono i legami fra entourage governativo e capitalismo bancario.
Civinini violentemente accusato sia da Crispi che dal «Gazzettino rosa» di Milano di aver favorito il voto sulla concessione per interessi personali nell'operazione è trascinato con altri nel primo vero grosso scandalo politico dell'Italia post-unitaria. Vede, nell'attacco alla sua persona per l'affare della regìa, la mano del Crispi che avrebbe, secondo lui, orchestrato il tutto per rilanciare la Sinistra a lui fedele e perché non gli avrebbe perdonato il duro attacco del 7 maggio 1866 e le sue caustiche considerazioni sul ruolo del Crispi nel far approvare le leggi eccezionali di pubblica sicurezza. Cioè Crispi ce l'ha con Civinini perché ha abbandonato la Sinistra, però queste cose a ben vedere prima, più o meno, le aveva fatte lo stesso Crispi. Tutti gli accusatori non riescono a produrre prove e Civinini esce assolto dall'inchiesta parlamentare e vincitore nei successivi strascichi giudiziari. Ma fra alcuni storici permane per lungo tempo – a parte il successivo libro rivelatore di Levi Sandri (5) – il sospetto che tramite un suo protetto, Salvatore Tringali (1834-1906), che compare nell'epistolario di Civinini con un notevole numero di lettere (6)5, abbia ottenuto una partecipazione nella regìa, anche se a convenzione approvata. Tuttavia è vero che dopo la morte la famiglia non si trovò in condizioni economiche floride, tanto che per pagare i funerali furono riscattati dei beni al Monte di Pietà.
Intanto, nel 1870 Napoleone III cade a seguito della sconfitta nella guerra franco-prussiana, a Parigi si instaura la Comune e il 20 settembre le truppe italiane occupano finalmente Roma. Civinini, che era diventato direttore de «La Nazione» nel 1869 teorizza ora, non senza contrasti interni al quotidiano, quella politica estera filo-germanica, attuata anni dopo proprio dal Crispi. Significativo, ad esempio un suo saggio apparso nella «Nuova Antologia» dove, tra l'altro, afferma: “A mio credere, molte cose ci consigliano a fare del nuovo Impero germanico il nostro più stretto amico. La prima è l'interesse comune che abbiamo di tenere, per quanto più si può, bassa la Francia; la seconda la necessità che abbiamo di avere amiche le potenze che sono, per tradizione e per interessi, antipapali, e di assicurare ad esse la prevalenza in Europa; la terza di fondarci sopra una solida base conservativa, la quale ci manca all'interno, ed all'esterno non possiamo cercare senza pericolo altrove che nel nuovo Impero, il quale, per legge della sua condizione, non può essere conservativo, senza essere anche liberale. Le nostre diffidenze verso la Germania [...] ci esporranno veramente a quei pericoli di cui tanto temiamo, e non impediranno ad ogni modo che il destino dell'Europa si compia” (7)6
Erano le ultime battute della sua vicenda umana e politica. Era stato da circa un anno rieletto al Parlamento quando il 19 dicembre 1871 morirà a soli 36 anni per un tumore, probabilmente anche alimentato dallo stress e dai dispiaceri dell'affaire della Regìa dei Tabacchi.


 
                                                                                                                  Carlo Onofrio Gori







Note:

1. C.O. Gori, Profilo di un garibaldino pistoiese: Giuseppe Civinini, in ANVRG (Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini), sito web (nuke,garibaldini,com)
2. Mostra I busti ritrovati. Per una galleria di uomini illustri a Pistoia. Pistoia, Villa di Scornio, 13 febbraio-10 marzo 2013
3. C.O. Gori, Il lungo viaggio dei prigionieri toscani del 1848 da Curtatone e Montanara a Theresinstadt-Terezín, nel blog Aspera, dell'Associazione culturale Prometeo Pistoia e dei suoi amici, 25 maggio 2013.
4  Lettera di Giuseppe Civinini alla madre Gioconda Marini, in BCF, Carte Civinini
5. Lionello R. Levi Sandri, Il giallo della Regìa. Roma, A. Armando, 1983.
6. Le lettere di Salvatore Tringali a Giuseppe Civinini sono datate dal 1865 al 1870, in BCF, Carte Civinini

7. G. Civinini, L'antico e il nuovo Impero in Germania, «Nuova Antologia», 1871, vol. 17, pp. 54-55







* Relazione scritta del mio intervento al suddetto Convegno del 14.11.2016,  inviata 04.02.2017 a gentile richiesta delle benemerite Associazioni storico-culturali organizzatrici, per stampa Atti, Avevo già segnalato questo Convegno, l'ultimo al quale ho partecipato, su un mio post di Goriblogstoria dell'ottobre scorso. Ringrazio gli Organizzatori del Convegno per l'invito ed in particolare Giampaolo Perugi, Teresa Dolfi e Simonetta Ferri, preziosa per le mie ricerche d'archivo alla Biblioteca Forteguerriana relative al mio intervento al Convegno ed alla stesura di questo articolo.  Ringrazio Simonetta Campedelli, in questo caso altrettanto preziosa, come dattilografa - al Convegno avevo parlato "a braccio" sulla base di una "scaletta" di apuntim per aver potuto inviare poi per e-,ail questa relazione, visto che le mie le inaspettatamente aggravate condizioni di salute du questi ultimi giorni , nell'ambito di una situazione di convalescenza dall'intervento chirurgico subito il 04.08.2015 già di per sé precaria, (come chiunque interessato ha potuto constatare verificando la mia scarsa e saltuaria presenza sia su FB che su questi miei blog rispetto al periodo antecedente l'agosto 2015 -  non mi potevano permettere di fare diversamente. Insomma una grazie a tutti coloro che in questi anni, nel corso dei convegni ai quali ho partecipato, su i miei libri e  articoli di periodici, sui post di questi blog e su FB mi hano seguito, letto e, sovente, apprezzato e un grazie ovviamente anche alle eventuali - le invero poche volte che ci son state - divergenze e critiche che quasi sempre son state, come si suol dire, costruttive. Insomma un grazie  di cure a tutti per percorso d questi anni fatto insieme. COG

mercoledì 17 aprile 2013

Risorgimento. Chiprovtsi-Чипровци e Pistoia. Stefano Dunyov


Su Стефан Дуньов: ringraziamento alla città di Chiprovtsi- Чипровци (Bulgaria) per il cortese invito

Ricevo e volentieri pubblico: 
“Dear Mr. Gori,Chiprovtsi is a small town in northwestern Bulgaria but it has a rich history associated with Chiprovtsi uprising, literary school, goldsmith school during XV-XVII century and with Handmade carpets /XVIII to nowadays.
In 2013, the Historical Museum - Chiprovci will celebrate 325 years of Chiprovtsi uprising, 165 years from Stephen Dunyov’s participation in the Hungarian revolution and 45 years Museology in Chiprovtsi.
Banat Bulgarians are descendants of immigrants from Chiprovtsi after the failure of the uprising in 1688. We've read your posts about Stefan Dunyov. We would like to invite you to Chiprovtsi to take part in the conference and in the opening of a monument to the famous Banat Bulgarian, “un garibaldino pistoiese”.
To mark the anniversaries Historical museum Chiprovtsi organizes conference "National liberation struggles during XV - XIX century: personality, people, history" and it will take place on 7 or 8 September 2013 in Chiprovtsi.
If you are interested and willing to participate, we would like to notify us as soon as possible at e-mails:  historicalmuseum_chiprovtsi@abv.bg or muzei_chiprovtsi@abv.bg.
Director,
Anuta P. Kamenova-Borin”
La mia risposta:
“Ringrazio sentitamente la Gentilissima Sig.ra Anuta, la cittadinanza di Chiprovtsi e il suo Museo Storico per il cortese e da me graditissimo invito a partecipare all'inaugurazione e al Convegno di settembre, del quale sono molto, molto, onorato.
Non io, ma il valoroso colonnello Stefano Dunyov, compagno d’arme di Giuseppe Garibaldi, che qui a Pistoia divenne nei suoi ultimi anni un nostro onorato concittadino, per la sua vita esemplare di combattente per la libertà dei popoli, merita giustamente ogni riconoscimento, io mi sono soltanto limitato a descriverne la vita e le aspirazioni.
Purtroppo la mia salute non è più buona come quella di un tempo e per questo ormai io vivo e programmo quasi giorno per giorno, ma spero di esser fra Voi per settembre. Ve lo farò sapere quanto prima e nuovamente Vi ringrazio.
Cordialissimi saluti e complimenti!
Carlo O. Gori”


     
                         

                         Carlo Onofrio Gori







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martedì 16 aprile 2013

C.O. Gori. Resistenza. Silvano Fedi e Artese Benesperi

The Revolutionary Dream of Silvano Fedi, libertarian communist and hero of the Resistance in Pistoia, remembered by his friend and comrade-in-arms Artese Benesperi

Silvano Fedi is without doubt the most popular and best loved Resistance figure in the eyes of the people of Pistoia.(1) 
Today there are schools, sports centres, exhibition centres, swimming pools and, in the heart of the city, the Corso Silvano Fedi, all called after him and looking down from Montechiaro hill where he and Giuseppe Giulietti both met their ends is the monument dedicated to Fedi by Umberto Bovi and created in 1979 with donations raised by a public subscription sponsored by a committee set up by the Bonelle ANPI (National Partisans of Italy Association).
 One of the features of the sculpture, the metal of which has been defaced by inane and offensive incisions, is a quote from the cover of Leo Tolstoy’s Cruel Pleasures reminding us of Silvano’s life experiences; following a difficult time unusual for a young student of his day, it refers to a mankind freed from need in a world without borders; he nurtured a deep-seated and consistent opposition to fascist rule.
Thus, on 12 October 1935, aged 19, he was arrested with Fabio Fondi, Giovanni La Loggia and Carlo Giovannelli, referred to the Special Tribunal and sentenced to a year in prison.
When this was commuted after a time, Fedi returned to Pistoia and once more threw himself enthusiastically into the fight against fascism, confident in his anarchist or, as he preferred to describe it, “libertarian communist” ideal. Remember that in Pistoia anarchists boasted of a traditional presence dating back to when Giuseppe Manzini, father of the outstanding authoress Gianna Manzini, had started publishing L’Ilota in the late 19th century. In the 1920s, the only ones to take the fascists on on their own terms were the small local chapter of the Arditi del Popolo, made up chiefly of anarchists and inspired - as Alberto Ciampi has recently reminded us in a priceless article - by Virgilio Gozzoli. (2)
During the 1930s and 1940s, in the course of its conspiratorial activities, the older generation of anarchists in Pistoia (Egisto Gori, Archimede Peruzzi, Tito Eschini and so on) came into contact with the group of young students that was gradually building up around Fedi (people like La Loggia, Giovannelli, Filiberto Fedi, Raffaello Baldi, the Bagellini brothers and so on) and who were later joined by a few workers and technicians from the San Giorgio Works (people such as Tiziano Palandri, Oscar Nesti, Giulio Ambrogi, etc.) plus the Il Bottegone group (Sergio Baldelli, Francesco Toni etc.).
The presence of high school students, injecting fresh enthusiasm and vigour into the multi-hued social fabric underpinning Pistoian anarchism ensured that the movement, in part through the launching of the FCL (Libertarian Communist Federation), spread and was able to compete with the Communist Party which was emerging as the most substantial underground antifascist force. Right after 25 July 1943, Fedi who had been one of the prime movers behind a popular demonstration in the streets of Pistoia was arrested by Marshal Badoglio’s police, only to be released shortly thereafter in the face of the people’s anger.
After the Armistice, and following some political and organisational squabbling with anarchists from the “old guard”, especially Tito Eschini, Silvano launched his own partisan unit, the Squadre Franche Libertarie (Libertarian Irregulars) in October 1943; initially made up of about fifty men and with ties to the Action Party, this unit claimed complete independence from the CLN (National Liberation Committee) and was for the most part made up of anarchist militants or men of libertarian mind. He chose not to take to the hills but to operate indiscriminately between the city and the surrounding countryside where chances of getting fresh supplies of arms and munitions were better and the unit ranged between the Pistoia district and the Quarrata area and the Montalbano hills as well as in Fuececchio and Lamporecchio and it showed itself particularly adept at mounting spectacular raids capitalising upon the element of surprise. In fact, he displayed great daring and recklessness in one operation that was reminiscent of a practical joke: using only six men (Danilo Betti, Brunello Biagini, Marcello Capacchi, Santino Pratesi and Giulio Vannucchi), between 17 and 20 October 1943 it mounted three consecutive raids on the well-armed fascist headquarters in the Santa Barbara Fortress, making off with a large amounts of weapons, munitions and food supplies, part of which was removed to the mountains. After that, Silvano would always set aside part of whatever his raids on fascist strongholds in the city and surrounding areas brought in (raids often carried off without bloodshed) to bolster other Pistoian partisan units, ranging from the “Pippa” (led by Manrico Ducceschi) to the Communist Party and Action Party units.
Apropos of these raids of Silvano’s we recently had the good fortune to record a lengthy chat with Artese Benesperi. Benesperi, born on 19 August 1915, made Fedi’s acquaintance in November 1943, through Tiziano Palandri and some other friends from Bonelle and from then on Artese was at Silvano’s side in the armed struggle during every one of the crucial and spectacular operations in his extraordinarily intrepid fight against the fascists and the Nazis. “Silvano” - Artese assured us - “had a great head on his shoulders and he proved this on many occasions, as in the incident in which I was wounded, when that German officer was killed in Valdibrana and when Silvano handled things in such a way as to ensure that nobody was shot for it.”
Artese was referring to what happened on the night of 29 March 1944 when he, Silvano, Tiziano Capecchi and another comrade ventured out to recover some weapons and victuals and stumble across a German officer out courting, leading to an exchange of gunshots. The object after that was to avert reprisals by the Germans who already had plans to shoot ten people and, after ensuring that Artese received medical treatment, Silvano sprang into action to pre-empt this, making his way the following evening to Serravalle, to the villa where the celebrated playwright Giovacchino Forzano was living and successfully persuading him to use his friendship with Mussolini to avert the massacre.
Artese remembered how Silvano later decided to approach the Pistoian Licio Gelli (more widely reported in the Italian press recently in relation to the P2 scandal), a 25 year old lieutenant serving as liaison between the Pistoian fascists and the German command; Gelli had offered his services to the resistance some time earlier. Gelli, who by then was seriously compromised in the eyes of Pistoia’s antifascists and facing the prospect of the inexorable Allied advance through Italy, was keen to earn himself some “partisan” brownie points with the local CLN so as to save his own skin, as later he did: Fedi on the other hand was on the look-out for a front man who might allow him to carry out further spectacular and daring operations in the very near future.
Actually, during this time, Silvano and his men successfully pulled off an attack (attack No 4!) on the Fortress before disarming police at the Salò Republic’s police headquarters in the Piazza S. Leone and finally raiding the Ville Sbertoli prison.(3) On this last raid Licio Gelli was directly involved; together with partisans Enzo Capecchi, Giovanni Pinna, Iacopo Innocenti, disguised as fascists, they had the doors opened for them by pretending that they were bringing in Silvano and Artese who appeared as if they were handcuffed. The partisans then promptly produced their guns and disarmed the guards and released 54 prisoners, including two Jews; the remainder were almost all political detainees.
As the record shows and as everybody appreciates, Silvano’s flirtation with Gelli was plainly a circumstantial one, but it is worth noting that, initially, it had created quite a bit of puzzlement in some resistance circles in Pistoia, misgivings being dispelled only after “Pippo” spoke up to confirm that he trusted Silvano implicitly.(4) However, something went sour in relations between Fedi and some of his dearest comrades (including Panconesi, Giovannelli, Nerozzi and Brunetti and, above all, Tiziano Palandri, who left Silvano and headed up into the hills to join the “Pippo” unit, of which he went on to become effective second-in-command). Here, however, Artese stresses everything that he said at the time to the historian Renato Risaliti and as is borne out by a similar revelation made to Risaliti by Palandri himself, to the effect that the differences of opinion between the pair essentially arose from the fact that “in keeping with his beliefs” Silvano had indicated his intention of carrying on the armed struggle in pursuit of a new world…” on behalf of the people’s freedom … even after the Anglo-Americans arrived.”(5)
Fedi’s far-fetched dream of revolution which would probably have stayed precisely that (a dream), viewed with some detachment by Artese today. (“Silvano had great ideals which would probably have been very hard to achieve, and great organisational ability too, but great things require great means: the Americans won the war because they had the capacity to build themselves a ship a day, whereas we, with our few pistols and the odd machine-gun, could not have achieved a lot.”) was abruptly interrupted on 29 July 1944. In the early afternoon on a country lane near Croce di Vinacciano, as Silvano was waiting with some of his friends for a few thieves who had been misusing the name of the “Fedi” unit to return to the unit stolen goods for restoration to their rightful owners (as laid down a couple of days earlier by a Pistoia CLN court sitting in Ponte alla Pergola), he walked into an ambush set for him by the Germans and in the ensuing fire-fight he and Giulietti lost their lives. Also wounded was Marcello Capecchi who, like virtually all of the other partisans with Fedi, managed to survive, except for Brunello Biagini who was captured and shot on 1 August. The presence there of a large contingent of soldiers, deployed in hidden ambush positions, in that place and at that hour, is even today something not quite easily explained away for those who reckon that Silvano had been betrayed. Artese is one such person, but as to the identity of the supposed informers, he is not forthcoming. The following day ” … there was a swoop on Colina de Pontelungo; those arrested were hauled away to the one-time GIL premises in the Piazza S. Francesco for questioning.”(6) Among these were Artese and Enzo Capecchi who pulled off a spectacular escape.(7) Between them they assumed command of the “Fedi” unit up until the liberation of Pistoia, the unit entering the city after occupying, one after the other, Vinci, Lamporecchio and Casalguidi after hard fighting with the Germans and sustaining several losses.(8)
                                                               
 
                        





                                  Carlo Onofrio Gori


Notes

1 C.O. Gori, “Arrivano I partigiani, Pistoia e libera” in Microstoria, No 35 (May-June 2004)
2 A. Ciampi “Virgilio Gozzoli, vita requite di un anarchico pistoiese” in Microstoria No 37 (September-October 2004)
3 S. Bardelli-E. Capecchi-E. Panconesi Silvano Fedi. Ideali e coraggio (Pistoia, Nuove experience 1984) pp. 45-68
4 G. Petracchi Al tempo che Berta filava. Alleati e patrioti sulla linea gotica (1943-1945) (Milan, Marcia 1996) pp. 89-91
5 R. Risaliti Antifascismo e Resistenza nel Pistoiese (Pistoia, Tellini 1976) pp. 213-214
6 Marco Francini (editor) La Guerra che ho vissuto. I sentieri della memoria (Pistoia, Unicoop Firenze-Sezione Soci Pistoia, 1997) p. 364
7 R. Corsini “Le tappe della vita di Silvano Fedi” in Bollettino Archivio G. Pinelli, No 5 (July 1995)
8 Besides the materials cited above, for Silvano Fedi, see R. Bardelli-M. Francini Pistoia e Resistenza (Pistoia, Tellini 1980) pp. 59-62; I. Rossi La ripresa del Movimiento Anarchico e la propaganda orale dal 1943 al 1950 (Pistoia, RL, 1981) pp. 26-30, 133-143: P. Bianconi Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo (Pistoia, Archivio Famiglia Berneri, 1988), pp. 83-97; A Rivista Anarchica, No 20 (1973) and La scuola nel regime fascista: il caso del Liceo classico a Pistoia (Pistoia, Amministrazione comunale, 1977) pp. 51, 55



                                                                           Artese Benesperi and Carlo Onofrio Gori
                                                                                   Translated by: Paul Sharkey.   










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